vivere per lavorare o lavorare per vivere

come la pandemia ha cambiato le nostre abitudini, come il mondo subisce processi di involuzione

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Sessantacinque anni fa si verificava il disastro di Marcinelle, un incendio devastante che l’8 agosto 1956 divampò all’interno della miniera di carbone Bois du Cazier, in Belgio. In questo tragico episodio persero la vita 262 persone di cui 136 erano italiani immigrati. La causa, successivamente ad un tentativo di soccorso, di chiamate e di fuga è stato il corto circuito di un cavo elettrico che ha provocato un incendio. Si mobilitarono i Vigili del fuoco, la Protezione civile, l’Esercito, la Polizia e la Croce Rossa; furono aperte indagini con omissioni di prove, silenzi e visioni troppo differenti per

descrivere un dramma del genere ancora oggi inquinato da false notizie, probabilmente volte a favorire o meno testimoni e testimonianze piuttosto che altre.

In memoria di questo disastro, di cui si chiede ancora giustizia, abbiamo fatto luce su come a causa di incidenti, strutture non idonee, soccorsi non tempestivamente pronti e assenza di personale adeguato, il posto di lavoro possa diventare da un istante all’altro il primo luogo di morti bianche e di silenzio da parte dello Stato.

 

Alfonso Cassese, Ghani El Honaddà, Pasquale Barra, Antonio Ceres, Rocco Palmieri, Giovanni Ferrante, Silvano Risso, Giorgia Sergio, Diego Vono, Laura d’Orazio, Maurizio Gritti, Laila El Harim, Renato Fratti, Gaetano Rabbeni.

 

Sono alcuni dei nomi degli oltre 240 morti sul lavoro registrati da inizio anno in Italia. Lavoratori spesso troppo anziani che svolgono ore estenuanti, lavoratori che non hanno le forze fisiche per continuare dopo nove ore consecutive, lavoratori e lavoratrici senza le giuste tutele, che devono rimanere in silenzio nonostante un macchinario non funzioni bene, o addirittura, appositamente funziona in quel modo perché bisogna aumentarne la velocità di produzione, lavoratori e lavoratrici quindi schiacciati sotto il peso di un crescente consumismo e di un capitalismo marcio e tossico, che ogni mattina lascia il dubbio dinanzi agli occhi dei propri figli, un dubbio che recita: “tornerà a casa?”.

La pandemia ha aumentato questi numeri legandoli a cause infettive e gli effetti si sono verificati direttamente su chi lavorava per combattere il virus ma è stato ucciso dallo stesso: si registrano 360 morti. Le morti più silenziose. Una catastrofe.

La pandemia ha anche puntato un faro troppo luminoso sulla società, tanto da riuscire a dividerla maggiormente, perché non siamo tutti uguali dinanzi al virus. Le morti che il covid-19 ha provocato per cause infettive, le sta provocando stavolta per cause economico-lavorative a piccole imprese, ristorazione, attività legate alla cultura o allo sport, e molti sono finiti per lavorare da remoto o nel peggiore dei casi hanno subito un licenziamento o la cassa integrazione.

Piccole imprese che chiudono per sempre, e multinazionali che si accaparrano tutto il potere di un territorio e della gente che lo abita non ci spaventano perché il loro volto è nascosto dietro a quel messaggio innocente e rassicurante che ci dice che grazie a loro i posti di lavoro sono aumentati e le occupazioni pure. Ci spaventeranno poi le conseguenze che avrà la futura società degli iperconsumi. Ci rimane il silenzio, e una strana sensazione di rinuncia e stallo di tempo immobile, ma che corre velocissimo.

Durante un’intervista mi rimase impressa una frase che credo racchiuda il periodo in cui stiamo vivendo e che - perdonatemi il pessimismo nudo – in futuro vivremo maggiormente: “viviamo in un periodo definibile la globalizzazione dell’indifferenza”.

L’invito che vorrei fare, ma che purtroppo spesso si imprime come rabbia, è volto al ragionare, al meditare sulle effettive conseguenze che i nostri comportamenti hanno, un invito a prendere parte e ad informarsi contro chi ci batte la mano sulla testa e ci dice “va tutto bene”. Dobbiamo prendere parte alla politica perché, se non ci avviciniamo noi ad essa, lei ci si rivolta contro e ci mangia, approfittando della nostra impassibilità. Infine, dobbiamo distinguere tra problema e risultato del problema, dobbiamo saper distinguere tra uguaglianza ed equità. Siamo partiti dal 1965, ma probabilmente avremmo dovuto tornare indietro di oltre un secolo.

La rivoluzione industriale si sta verificando di nuovo, la produzione in serie e lo sfruttamento hanno le stesse conseguenze, ma la lotta è differente.

14 Settembre 2021 
di Federica Godi