vecchie conoscenze

recensione del romanzo di antonio manzini

Vecchie conoscenze, Antonio Manzini, Sellerio Palermo, 2021, Pag. 409

Aosta. Febbraio 2014. Il vicequestore Schiavone tende ancora a essere abbandonato e a sentirsi solo. Nonostante sia un uomo abituato alla perdita, le armi che usa per reagire, per non sprofondare nel pozzo dei ricordi, risultano spuntate. Ci ricasca sempre, basta un profumo, una frase, uno sguardo o una somiglianza 

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per ritrovarsi in un luogo fuori dal tempo, in uno spazio vago e sbiadito dove giacciono frammenti della sua vita: i tre arruffati amici di sempre, Furio Brizio Sebastiano (e Seba è da mesi scomparso dagli arresti domiciliari); l’amata moglie Marina uccisa quasi 7 anni prima da proiettili destinati a lui (e lei ha ricominciato a riapparire e dialogare); il dirigente del Viminale Gerardo Mastrodomenico che continua a tramare dopo aver boicottato importanti indagini su traffici romani e averlo fatto isolare in montagna su piste nere; i poliziotti che via via lo stanno “tradendo” pure ad Aosta, dall’affascinante Caterina che lo spiava al ludopatico Italo che è tornato a raggirare gonzi col poker, a D’Intino che gli ha sparato involontariamente (quasi peggio); il figlioccio Gabriele e la mamma Cecilia che gli avevano occupato l’appartamento e ora se ne vanno a Milano; il questore e il magistrato che lo stimano seppur inevitabilmente infastiditi dai suoi modi, dai suoi spinelli, dai suoi misteri; donne che incontra e non sa amare, Sandra ora e ancora. Fortunatamente arriva una rottura di coglioni del decimo livello: qualcuno ha colpito alla testa con un oggetto pesante e assassinato la 73enne storica dell’arte Sofia Martinet, premi onorificenze conferenze ovunque, cattedra all’università di Torino, studiosa di Leonardo, single separata con figlio lontano. La sua ultima pubblicazione riguarda gli studi ottici di Leonardo e sta suscitando clamore e polemiche. La scena del crimine è facile, qualche traccia pare esserci, l’indagine però stenta. E riappare Sebastiano (alla rincorsa della vecchia pessima conoscenza, Enzo Baiocchi) a complicare il quadro.

Decimo godibilissimo romanzo letterario dell’eccelsa serie Schiavone per l’attore e regista di teatro Antonio Manzini (Roma, 1964), originale anche perché concepita come opera unica “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato diciassette mesi valdostani del suo personaggio romano, sempre con uno straordinario meritato successo (anche in televisione, strumento diverso e separato). Qui la sempiterna amicizia viene messa a dura prova: il processo di desertificazione interiore nasce dal continuo circuito di illusioni e delusioni. Tutto avviene in terza persona varia al passato; lo stile appare sempre più curato e coerente, i fili delle due storie si danno il cambio. In tutta la prima parte prevale la ricerca del movente e dell’assassino, il vicequestore agirà con acume, fra veleni segreti invidie altezzosità degli ambienti accademici; nella seconda emerge l’intreccio con il travagliato passato nella capitale, finalmente Rocco incastrerà tasselli mancanti, non è certo che gli faccia piacere. Un ruolo cruciale lo svolge il figlio della vicina della vittima, il buon Dario, ritardato, cieco, con una lingua tutta sua. Accanto al dipanarsi noir vi sono le vicende d’amore dei vari personaggi, questa volta soprattutto quella fra l’agente semplice e pittore dilettante Michele Deruta e il gentile premuroso panettiere Federico, la delicata decisione di vivere insieme e, conseguentemente, di fare outing con colleghi e concittadini. Fra le associazioni delle nuove persone incontrate ad animali questa volta ci sono: pipistrello, faina, biscia albina, lemure catta, struzzo, oritteropo. Anche su Leonardo si scopre qualcosa in più.

Per scoprire il colpevole Rocco cita un album dell’immenso gruppo jazz rock italiano, gli Area: Gli dèi se ne vanno, gli arrabbiati restano! Come gli ignoranti. E, salutandosi, con Gabriele cantano insieme David Bowie, Space Oddity!

23 Novembre 2021 
di Valerio Calzolaio