La morte della pizia

Come morì la mitologia

“La morte della Pizia” è un racconto dell’autore svizzero Friedrich Dürrenmatt, che – tramite la rivisitazione di un famosissimo mito dell’antica Grecia – distrugge dall’interno l’autorevolezza delle figure oracolari gettando nel ridicolo la grande tradizione del mito, radici di un popolo la cui esistenza naviga nell’obnubilato mare dell’ipotesi e della ricostruzione storica vacillante. Il mito in questione fu anche oggetto di riflessione dello psicanalista Freud e porta il nome dello sfortunato protagonista che, per l’autore, fu vittima del gioco egoistico di un sistema elitario che si arricchisce inventando profezie: Edipo.

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La leggenda narra che Edipo, figlio dei sovrani di Tebe Laio e Giocasta, avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Laio, atterrito dalla profezia che gli era stata fatta dalla Pizia, manda via il neonato in fasce, che per volere del destino ritornerà a Tebe. Dopo aver ucciso il padre, risolve l’indovinello della Sfinge e riesce a sposare la sovrana di Tebe (nonché sua mamma) da cui avrà quattro tra figli e figlie (nonché suoi fratelli e sorelle). Compiutasi la prima, vi è un continuo ritorno all’affidarsi alle profezie: Edipo ora sa di aver ucciso il padre e che deve uccidersi, così si acceca. Dal punto di vista storico, Delfi, come posizione strategica e come sede oracolare, era molto ambita e combattuta – fu infatti al centro delle Guerre Sacre.

 

Inoltre, non tutti potevano usufruire di questo servizio: l’oracolo si pronunciava soltanto una volta l’anno (poi in età classica anche una volta al mese, esclusi i mesi invernali, per un totale di nove profezie annue) e le sue profezie erano rivolte a condottieri e re dell’Anfizionia. Insomma, le sacerdotesse di Apollo avevano una grande responsabilità; non sarebbe forse esagerato dire che la storia sia stata guidata anche un po’ dalle loro produzioni fantasiose. Inoltre, era una posizione molto ambita dalle donne greche, poiché chiunque – a prescindere da qualsiasi classificazione sociale ed età – poteva diventare Pizia.

Forse tutti i diritti che ne derivavano non potevano però compensare l’angustia di dover sedere per lunghe sessioni oracolari in un luogo umido e irrorato da fumi asfissianti fino alla nausea. L’autore vuole rintracciare nella funzione e nell’immagine degli oracoli la fallacia del supremo, frutto dell’infimo (perché estremamente in basso rispetto al risplendente e divino Olimpo) uomo, che è incapace di darsi spiegazioni logiche su fenomeni che prescindono dalla sua ratio.

È dal caos che il divino assume il ruolo di deus ex machina della vita e sarà il caos che farà rendere conto l’uomo del fatto che la sua divinità è morta. Le profezie erano una sorta di concetto pagano di provvidenza cristiana, ma pervaso di intenti politici e militari. Anche all’epoca avremmo potuto parlare di “oppio dei popoli”. E questi fini politici sono evidenti anche nel mito del povero Edipo; la sua profezia non è altro che frutto di una combutta familiare contro Laio che risale ad antiche inimicizie tra popoli.

 

Ma la questione non è così semplice. Alla ostentata e sfrontata presuntuosità oracolare si aggiunge il caso e il caso e il caso, che fa sì che la profezia patricida si compia. Eppure la Pizia ci sperava che Edipo, dopo averla consultata, si rendesse conto dell’assurdità di quelle parole pronunciate sotto lauto compenso. Invece la Pizia, dopo un primo momento in cui svolge la sua funzione di rivelatrice del futuro, viene informata dei vari eventi della vicenda solo dopo che sono accaduti, impossibilitata a immettersi di nuovo nella storia. È spettatrice passiva e anche un po’ sconvolta dalla follia umana e dall’ingovernabilità del caso di cui, per puro errore dettato dalla frenesia dell’esagerazione, era stata in grado di afferrarne un capo. Alla fine, da una bugia, si sono sviluppate una serie di coincidenze intricate di cui né l’oracolo Pizia né l’indovino Tiresia (oltre che gli stessi protagonisti di questi eventi) riescono a risalirne alla verità. È un racconto che mette in dubbio ogni cosa, soprattutto quelle che erano state pronunciate solennemente ancor prima che si realizzassero e che trascinano il lettore nel loro intrigante vortice. I folli sono quelli che più si sono avvicinati alla realtà e gli altri, andando oltre ogni legge e limite morale, hanno dato ascolto ai folli. L’unica risposta che il lettore otterrà non riguarda di certo la vera storia di Edipo, ma che se anche dovesse esistere un destino già scritto, non conviene conoscerlo o si diventa succubi di esso. Non ne siamo esenti neanche noi. Ci sono veggenti e predizioni miracolose che sembrano descrivere davvero gli eventi catastrofici di cui facciamo esperienza, attribuendogli così sempre più credibilità e ascolto.

 

Siamo noi a dargli potere di condizionare la nostra vita e di rintracciare nelle profezie quanta più somiglianza con la realtà come se fosse il risultato di un volere divino e non della somma delle nostre azioni. Bisogna vivere la propria vita ascoltando se stessi e volgendo l’attenzione e gli occhi verso ciò che si è costruito per poter poi prendere – o no – decisioni. Altrimenti, faremo la fine di Edipo che non avendo saputo vedere chiaramente e lucidamente la realtà, per un meccanismo quasi dantesco di contrappasso, si toglie la vista per sua stessa mano e finalmente il dolore gli farà vedere chiaramente i gesti scellerati compiuti.

8 gennaio 2022 
di Angela Picarelli