taccuini da una primavera

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Giancarlo stava seduto sulla panchina. A volte stava anche sdraiato, al sole. Tanto ormai quella era la sua panchina. Era diventato un elemento del paesaggio urbano, tanto che spesso molti gli passavano di fianco e nemmeno si accorgevano di lui. Giancarlo contava le margherite che crescevano su quel rettangolo di prato. Le contava tutte le mattine, sempre da quella panchina, sempre in quel rettangolo di prato. Scriveva il numero su un taccuino. Ogni giorno vedeva se erano aumentate o diminuite. “Scusi può portare il cane a giocare da un’altra parte che mi sballa il conteggio?”. A quel punto o il padrone del cane lo guardava male, oppure si chiedeva che conteggio fosse quello di Giancarlo, se stava facendo ricerche di qualche tipo, magari per calcolare quale fosse la correlazione tra margherite al metro quadro e surriscaldamento globale. Allora lui partiva ogni volta con una teoria diversa, sulle margherite che ultimamente stavano crescendo più dure e coriacee e sarebbero diventate piante grasse nel giro di qualche decennio, sul fatto che le api che le impollinano stavano diminuendo ma lui aveva trovato una nuova specie di maggiolino africano che aveva rubato il lavoro alle api (che poi si sa, le api di oggi non hanno più voglia di fare certi mestieri), oppure che un politico locale nostalgico col poster di Rutelli in camera ogni notte andasse a raccogliere dai prati della città tutte le margherite, pronto a rifondare il partito (più in difficoltà era un nostalgico dei Democratici di Sinistra, perché sradicare una quercia non era cosa semplice). Rimaneva sulla panchina pensandosi come una creatura mitologica, metà scienziato e metà cantastorie. Ma era solo Giancarlo. Contava e basta.

+6 rispetto a ieri, gongolava Giancarlo, e segnava sul taccuino. Il giorno peggiore era stato dopo quella nevicata: -15 segnava il taccuino. Anche lui non se l’era passata bene quella notte a dormire sul freddo del marciapiede. Per fortuna quei volontari là, che ogni tanto gli davano una mano, gli avevano portato delle nuove coperte pochi giorni prima. Chissà perché poi, quei volontari là, quel giorno si erano presentati con delle mascherine in volto. Nemmeno una stretta di mano, che strano. “Oggi non possiamo toccarci Giancarlo”. Non c’era neanche Lucia tra loro, quella volta. Lucia gli piaceva. Gli piacevano i suoi capelli, il suo odore e l’odore delle crostate che ogni tanto gli portava. Lui in cambio era disposto a segnare un -1 sul suo taccuino, staccando una margherita dal prato, solo per lei. Ma quella volta, niente Lucia e niente crostata. Erano tempi strani a dire il vero. Lo capiva perché, oltre all’anagrafe delle margherite, Giancarlo si occupava del conteggio delle persone che ogni giorno passavano davanti alla sua panchina: runner, bambini, vecchietti e padroni di cani. Di solito le persone erano di più delle margherite, perché quel parco era frequentato, ma in quei giorni c’era un’inversione di tendenza. Ultimamente, quando alle 18 aggiornava il bollettino delle persone passate lì davanti, i numeri sul taccuino erano impietosi. 1, 3, 1, 2: i numeri degli ultimi quattro giorni. Giancarlo uscì dal parco per vedere dove fossero finiti tutti. Camminava in mezzo alla strada, padrone di una città senza più traffico, padrone lui, che non aveva mai avuto niente, se non i margini della vita. Si fece una risata, ma forse nessuno lo sentì. Percorse 200 metri, poi girò a sinistra, verso quel ristorante dove ogni tanto gli davano gli avanzi della giornata. Chiuso. Sentì la sirena di un’ambulanza e odore di crostata. L’ambulanza si fermò, non lontano da lui, davanti ad un palazzo, quello con la finestra da cui veniva l’odore di crostata. Uomini vestiti come apicoltori uscirono dal portone. Erano tutti vestiti in quel modo tranne Lucia, di cui Giancarlo incrociò lo sguardo. Lei gli sorrise e salì sull’ambulanza. Aveva una margherita appoggiata sull’orecchio.

17 Aprile 2021 
di Samuele Abagnato