Renart la volpe monella

Alle origini di Robin Hood

Pensato come un classico di serie B, Robin Hood, ad oggi, è uno dei film Disney più apprezzati dal pubblico. Con un misero budget e basse aspettative gli autori hanno riciclato molte scene da Gli Aristogatti e Biancaneve e i sette nani, preso musiche e suoni da Cenerentola e La bella addormentata nel bosco, e copiato le animazioni di Little John e Sir Biss da Baloo e Kaa de Il libro della giungla, per non parlare del costume del protagonista Robin rubato a Peter Pan. Aria di novità è però stata assegnata ai personaggi, per la prima volta animali antropomorfi: Robin è una volpe, Little John un orso, il Principe Giovanni un leone, lo sceriffo di Nottingham un lupo e così via.

Sicuramente le premesse non promettevano bene, malgrado la leggenda avesse una grande tradizione letteraria alle spalle. L’idea originaria di Walt Disney era quella di girare un film prendendo spunto dal Roman de Renart, che a sua volta si ispira al poema latino eroicomico Ysengrimus, che, come l’opera precedente, prende il nome dal lupo protagonista. Proprio sulla scia di quest’opera, in Francia, tra il 1175 e il 1250, sono stati scritti i racconti indipendenti che compongono il Roman de Renart. Come già accennato, il roman del titolo non deve trarre in inganno, perché il Roman de Renart è un insieme di testi, che nei manoscritti si presentano variamente aggregati in sezioni autonome, dette branches, cioè brani, che possono contenere più racconti. La maggior parte di questi racconti sono adespoti, ma tra gli autori conosciuti troviamo il noto Pierre de Saint-Cloud.

 

Come in un moderno cartone animato, è il conflitto fra due personaggi il filo conduttore tra i vari racconti: Isengrin il lupo, incarnazione della forza bruta, è costantemente soggetto agli inganni di Renart la volpe, incarnazione della furbizia. Oltre al lupo, anche gli altri animali sono vittima degli imbrogli della volpe, che cerca di farsi beffa di loro, per rubare, o per soddisfare i propri bisogni primari: l’alimentazione e l’accoppiamento. Questo fa sì che Renart venga spesso processato per i suoi crimini, dovendo comparire davanti alla coorte degli animali e al re. Tutte le volte, però, la volpe si salva giurando il falso - nel Medioevo questa era una colpa gravissima, chi giurava il falso era ritenuto un criminale della peggiore specie -, anche grazie al fatto che egli padroneggia l’arte della parola come strumento di engin et tromperie (non a caso in francese antico il termine engin è associato alla malizia e all’imbroglio).

A dispetto dell’idea originale, il cartone animato non ha potuto riprendere lo schema narrativo presente nei racconti medievali, poiché non propriamente adatto ad un pubblico di bambini. Possiamo perciò dire che i personaggi sono stati riadattati dal Roman de Renart, mentre le avventure si sono liberamente ispirate alle gesta del celebre Robin Hood; il nome stesso Renart doveva evocare all’epoca una dimensione eroica e guerriera. Infatti, un semplice bandito all’origine della leggenda sembra essere esistito, peccato non fosse invaso da alcun sentimentalismo. Secondo altre teorie, invece, la sua origine è da rintracciare in una divinità della foresta che aveva assunto le sembianze di una volpe e, a tale proposito – paradossalmente -, l’adattamento cinematografico della Disney risulterebbe il più azzeccato.

Come si può ben intendere, nel Roman de Renart gli animali sono descritti in forma antropomorfizzata, nel senso che i protagonisti animali vivono in una società più o meno strutturata, con re e regine, leggi e religione. Tra i personaggi di queste novelle, alcuni hanno un ruolo preciso, come Noble il re, altri invece hanno nomi evocativi del loro carattere o di alcune loro caratteristiche, come l’orso Brun e il gallo Chantecler.

Gli animali rivestono perfettamente i panni degli uomini innescando riflessioni su vizi e virtù. Lo stesso Renart utilizza l’astuzia per sopravvivere, ma in modo particolare: da un lato abbiamo un personaggio ormai pseudo-umano, mentre dall’ altro il selvatico segue il suo istinto naturale. Il contrasto tra le vicende e l’orizzonte referenziale della società feudale, nonché della tradizione cortese, è il primo indice di comicità.

 

In molti tratti si riconosce l’ispirazione parodica, primi fra tutti i molteplici episodi che mettono in scena la relazione adultera tra Renart e la moglie di Isengrin: il contrasto fra il lessico cortese e le azioni descritte, come accoppiamenti poco consenzienti, ruberie di cibo, e lupacchiotti cosparsi di urina, è tanto spassoso quanto chiaro. Ma la comicità investe anche situazioni di attualità, esempi possono essere Renart che si pulisce il sedere con la bandiera del paese e il cammello proveniente dalla Lombardia che si presenta al re Noble per mostrare il tributo di Costantinopoli inviato dal Papa. Già il fatto che il cardinale sia rappresentato da un cammello è alquanto spiritoso, siccome nei bestiari medievali questo animale non godeva di una connotazione positiva, diversamente dal leone. A corte, il cammello pone fine ad una contesa tra Renart, Isengrin e Brun, pronunciando la condanna della volpe in un truffaldino pastiche linguistico franco-latino-italiano impreziosito di formule curiali e giuridiche. Insieme alla dimensione comica del pastiche, la critica contro la giustizia è assolutamente evidente. Gli italianismi del cammello, inoltre, si rifanno a quella connotazione non propriamente positiva di cui godevano i lombardi nel Medioevo, visti come vigliacchi, di scarso valore o, in qualche caso, stupidi.

Come già esposto, il Roman de Renart riprende vicende narrate dalla tradizione più antica. Nella variazione della celebre favola “La volpe e il corvo”, come da copione, sulla scena si trovano la volpe e il corvo, ben appollaiato su un alto ramo ed intento a mangiare il suo gustoso pezzo di formaggio. Il furbo Renart, non solo riesce a rubare il formaggio al corvo convincendolo a cantare, ma fa di lui una prelibata pietanza. Appena cade il formaggio, infatti, Renart, fingendo di avere difficoltà di deambulazione e di essere infastidito dall’odore, convince il corvo a scendere per aiutarlo. Oh che stolto e appetitoso pennuto.

Un’altra scenetta di matrice classica vede protagonista il gallo Chantecler. Udito il canto del gallo, Renart lo invita a confrontarsi con la voce del defunto padre che, sostiene, era capace di cantare ad occhi chiusi. Il figlio sarà all’altezza del padre? Chantecler, disarmato difronte a questa sfida, chiude gli occhi, cadendo vittima della volpe che lo acchiappa. I contadini cercano di fermarla aizzandogli contro un mastino. <<Non senti come ti gridano dietro? Dì loro che io sono la tua preda!>> incoraggia Chantecler con parole gentili. Renart, aprendo la bocca per rivolgersi ai contadini, lascia scappare il gallo che se ne torna alla fattoria. Se nella versione più antica l’astuzia del gallo si oppone semplicemente a quella della volpe, stravolgendo i rapporti di forza, in questa versione il discorso del gallo non sortisce alcun effetto: Renart lo lascia solamente perché il mastino lo ha quasi raggiunto. Si può ben intendere che a trionfare è la violenza, non la furbizia.

Il gallo torna vittima di scherno molte altre volte. Particolare però è la scena nella quale Chantecler immagina di venir mangiato, digerito ed espulso dalla volpe. Il sogno nella cultura medievale aveva uno statuto ambiguo: da un lato c'era una tradizione di oniromanzia, cioè studio e tradizione dei sogni; dall’altro il legame tra studio dei sogni e pratiche magiche, poco sopportato dalla cultura cristiana. Questa ambivalenza è segno di un intento parodico poiché il sogno fatto da re, eroi e santi ha una valenza positiva, ma attribuire un sogno veritiero ad un gallo non fa altro che presentarlo come un profeta.

Se gli animatori della Disney non hanno ripreso le vicende del manoscritto sicuramente non è solo colpa di un cammello o di qualche dettaglio sottotesto. Una novella censurabile, ad esempio, prende vita in primavera, quando, con il risveglio dell’appetito, Renart entra in un pollaio, venendo immediatamente scoperto e picchiato da un monaco, al quale, per vendetta, viene staccato un testicolo a morsi. La storia potrebbe suscitare ilarità, anche grazie ai termini coille e coillons che appartengono, evidentemente, a un registro molto basso, ma l’effetto comico svanisce dinanzi a una scena di asportazione forzata. Certo, il conflitto, anche fisico, è un elemento fondamentale dell’universo renardiano, ma qui sono la violenza e l’aggressività a trionfare, proprio come nella partita a scacchi con il lupo. In questa scena, Renart ed Isengrin si sfidano in una partita a scacchi. Il gioco, contrariamente alle attese, viene vinto dal lupo e Renart, ritrovandosi ben presto senza nulla da scommettere, decide di mettere in palio i suoi genitali, evocati, ancora una volta, attraverso scurrili sostantivi: ma coille e mon vit (“i miei coglioni e il mio cazzo”). Scontato dire che l’epilogo di questa sequenza è assai cruento: Isengrin, avendo trionfato, senza esitare si fa portare un lungo chiodo che pianta in mezzo ai genitali di Renart, inchiodandolo alla scacchiera.  Il gioco degli scacchi, nel Medioevo, non solo era un divertente sollazzo per nobili, ma era metafora della società, in quanto riflesso dei suoi schemi e delle sue interazioni. Detto ciò, la scacchiera avrebbe dovuto garantire la vittoria dell’astuzia sulla forza bruta. Però, in questo episodio, la scacchiera non solo non soddisfa quanto detto, assegnando inaspettatamente la vittoria a Isengrin, ma si trasforma in patibolo: il terreno di scontro resta invariato, ma le pedine degli scacchi, cioè le armi del gioco, vengono sostituite da un lungo chiodo che colpisce Renart nel punto più sensibile del suo corpo antropomorfico.

Se la tradizione di Esopo tendeva all’esempio morale, qui si presenta un mondo di inganni e violenza, che imita la narrativa epica e romanzesca in modo dissacrante. Quella del Roman de Renart è una narrativa antitetica al discorso cortese nei temi e nel linguaggio, che parla di sessualità esplicita, del basso corporeo e della materialità in genere; un gusto poco rappresentato prima, che ha però attraversato le classi e gli ambienti.

Nonostante ciò, questa volpe monella ha conquistato i cuori dei lettori, riuscendo non solo a diventare la protagonista del classico Disney e di numerosi film, ma sconfiggendo l’antico termine goupil, con il quale era indicato l’animale della volpe, sostituendolo per antonomasia con renard. Chissà quante altre rivoluzioni avrebbe potuto scatenare se solo gli fosse stata data più attenzione.  

25 Maggio 2021 
di Chiara Zanni