mistero a pigalle

il prologo commentato dall'autrice: parte prima

Lettura ragionata della prima parte dell'incipit del romanzo giallo pubblicato su Amazon in giugno 2021. 

“È un inverno rigido e piovoso, quello parigino del 2012.

Le nuvole che sovrastano la Tour Eiffel, fin quasi a coprirne l’estremità, promettono acqua anche in quel pomeriggio.

Jean-Paul è convinto che, come il giorno precedente, la pioggia abbasserà ulteriormente la temperatura, sorprendendo la moltitudine di visitatori in fila all’entrata del Musée du Louvre e del Centre George Pompidou.

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Sa che bagnerà i turisti, i quali – con le orecchie scricchiolanti e la sensazione di trovarsi nel bel mezzo di una guerra stellare – scenderanno in tutta fretta dalla Tour Eiffel, a pochi passi da lì.

L’uomo arresta improvvisamente il proprio cammino e dirige gli occhi verso il cielo.

Conosce il grigiore che lo sovrasta come il palmo della sua mano: sa bene che, di lì a poco, tuoni e fulmini invaderanno il cielo squarciandolo in più parti. Più o meno da quaranta inverni – almeno da quando lui si ricorda – succede sempre la stessa storia.

Abbassa poi lo sguardo sulla valigia, consumata dal tempo, che la sua mano destra sta sorreggendo.

La osserva con attenzione.

Improvvisamente se ne vergogna.

Si sta sentendo ridicolo nel mostrarsi ai passanti con un accessorio femminile e, per di più, dalle cerniere tutt’altro che salde.

Valigia che, a dispetto degli anni, ha mantenuto un colore rosso acceso intervallato da intarsi dorati.

Ripensa allo stupore del giorno prima nel momento in cui, aprendo per caso il baule della propria Citroën, era rimasto colpito nel vedere come un oggetto a lui sconosciuto potesse brillare in quel modo e riflettere il proprio bagliore sull’oscurità del tappetino color della pece, steso per preservare la base di appoggio dai bagagli dei clienti.

Jean-Paul è cosciente del fatto che, essendo taxista, ogni giorno accompagna decine di persone di cui non conosce la storia né la provenienza. Ciascuno di loro, nel tragitto verso varie destinazioni, siede nei posti dietro, restando spesso in silenzio.

Lui, quale professionista che si sente di essere, da sempre si limita a rispondere alle domande che talvolta gli vengono rivolte, evitando di toccare le sfere personali propria e dei passeggeri.

Butta nuovamente lo sguardo sulla valigia e si incolpa per non aver trasgredito, il giorno precedente, quelle rigide regole di rispetto della riservatezza dei clienti.

Aveva trascorso ben mezz’ora in compagnia di quella signora così distinta, a dispetto di qualche ruga di troppo e, forse, a giudicare dallo sdsguardo che aveva colto sul suo volto, di un problema più grande di lei.

Eppure, valutando il suo aspetto fisico, non gli era sembrata anziana.

La donna, ricorda Jean-Paul, era scesa dall’automobile in tutta fretta, reggendo malamente in mano una borsa di marca, colma di chissà che cosa.

Si era poi precipitata verso l’entrata della Gare de Lyon, dimenticandosi di prendere la valigia che, a inizio tragitto, gli aveva fatto caricare nel baule posteriore.

L’uomo si sente ora responsabile per non aver soddisfatto la curiosità che la misteriosa signora aveva suscitato in lui.

Soltanto in quel momento realizza che, una volta tanto, quelle del giorno antecedente non sarebbero state chiacchiere sterili.

“Qualunque cosa lei mi avesse detto sarebbe stato un indizio per ritrovarla, accidenti! E io ora non sarei in quest’inutile e dannoso imbarazzo”.

La mente dell’uomo racchiude a cerchio la rosa di domande che ipotizza gli verranno presto rivolte.

Si sforza di mettere a fuoco una volta di più quel bel viso di donna, consumato dal tempo e da qualcosa che gli sfugge; quello sguardo spento, assente, stampato per tutta la durata del tragitto su un volto che aveva costantemente seguito dallo specchietto retrovisore.

È già tanto, forse troppo tempo che Jean-Paul sta sopportando il peso della valigia per non averne ancora intuito il contenuto: nel momento in cui ne aveva scorto il bagliore di luce rossa nell’oscurità del baule non aveva avuto dubbi sul fatto che fosse proprio di quella cliente.

L’aveva sollevata con entrambe le mani e poi scossa, poggiando l’orecchio su di essa, nella speranza che i movimenti degli oggetti custoditi al suo interno potessero parlare.

Quegli oggetti, però, avevano taciuto.

Come aveva fatto la loro proprietaria.

Per un attimo – e se ne era vergognato – aveva provato un sentimento simile all’invidia verso i non vedenti. Un’esperienza vissuta tempo prima lo aveva convinto che una persona obbligata ad affidare la propria esistenza al tatto e all’udito avrebbe colto meglio di lui il contenuto di quel bagaglio.

L’uomo si era ricordato, improvvisamente, di un episodio che lo aveva visto protagonista negli anni in cui, da bambino, trascorreva i pomeriggi in compagnia di una sua prozia, mentre i genitori erano al lavoro. Almeno una volta alla settimana la donna si faceva accompagnare da lui in una struttura che ospitava persone non vedenti. La prima volta che Jean-Paul era entrato nell’edificio contornato dal verde di un giardino ben curato, situato in un quartiere parigino abbellito da innumerevoli balconi con le ringhiere in ferro battuto, era rimasto sconvolto dal buio che saturava quelle immense stanze dalle finestre serrate. Così come il primo giorno, rimaneva sempre stupito dal tavolo maestoso che imperava al centro della stanza. Ai suoi lati sedeva sempre una moltitudine di donne di differenti fasce di età.

Alcune di esse indossavano occhiali scuri.

Altre non si vergognavano di mostrare i loro occhi talvolta bianchi come una distesa di neve. Seppure fossero diverse fra loro, il giovane Jean-Paul vi aveva scorto una caratteristica comune, al di là della cecità: la capacità di muovere le dita con una naturalezza indicibile mentre inserivano minuscole ruote di gomma su piccole carcasse di camioncini di plastica, che avrebbero allietato i momenti di gioco di molti bambini.

Nipote e prozia non facevano in tempo a entrare nella casa che Amélie, la donna che, fra tutte, aveva il viso più armonioso, si alzava prima delle altre e si avvicinava alla porta, chiedendo chi fosse arrivato. Salutava quindi l’amica con molto calore, ringraziandola per la visita.

Lui non aveva mai dimenticato, nemmeno una volta divenuto adulto, il pomeriggio in cui una signora dagli occhi sbarrati, azzurri come uno scorcio di cielo terso, gli si era affiancata e aveva iniziato a tastarlo, dapprima sul volto e poi sulle spalle e sul torace.

Aveva poi appoggiato la propria mano sul pullover che quel giorno Jean-Paul indossava e aveva iniziato a strofinarvi le dita dall’alto verso il basso e viceversa, mentre lui rimaneva immobile, quasi spaventato.

Dopo qualche istante, la donna aveva rotto il silenzio: «La tua maglia gialla risplende più del sole!».

Il ragazzo era rimasto turbato da tali parole e si era chiesto, per lungo tempo, come la signora avesse potuto indovinare il colore del maglione.

Jean-Paul torna improvvisamente alla realtà, riconoscendo con rammarico che la propria attività di detective, improvvisata per caso in quel giorno di fine febbraio, sta fallendo ancora prima di iniziare.” […]

Avete appena letto la prima parte del prologo di Mistero a Pigalle il romanzo che ho pubblicato lo scorso giugno.

Dopo Un sogno chiamato Vittoria e L'Alba di un nuovo domani, mi sono piacevolmente cimentata nella mia prima trama “in giallo”.

Nell'incipit del libro è racchiuso il primo degli innumerevoli misteri che si dipanano nella storia narrata, ambientata tra Bologna e Parigi nel primo ventennio del XXI secolo: una misteriosa valigia viene dimenticata da un'impenetrabile cliente nel baule di un taxi alla Gare de Lyon. Il lettore scoprirà che alla Gendarmérie du 7ème Arrondissement viene affidato il compito di identificarne il contenuto e soprattutto la proprietà, grazie al certosino lavoro compiuto – non senza colpi di scena – dall'agente Matieu Durac.

Il prologo non è però soltanto mistero ma anche un'occasione di riflessione su determinati temi. In primo luogo viene affrontato quello del pregiudizio ancestrale secondo cui un uomo si possa sentire “[…] ridicolo nel mostrarsi ai passanti con un accessorio femminile […]. Nel caso di specie si tratta di un taxista distratto alle prese con il bagaglio – tutt'altro che unisex – di una cliente. L'uomo, nella storia, mette da parte l'imbarazzo considerando prioritaria la destinazione della valigia verso la Gendarmérie a lui più vicina. Ma cosa sarebbe successo se invece si fosse fatto sopraffare dalla vergogna e vi avesse rinunciato? Senza svelarvi troppo della trama: giustizia non sarebbe stata fatta. E soltanto per colpa di un preconcetto.

Un ruolo chiave nella singolare situazione in cui Jean-Paul si ritrova, suo malgrado, è costituito dalla sua discrezione nei confronti di chi, ogni giorno, viene caricato sulla sua Citroën; una sorta di silenzioso rispetto verso chi gli assicura la paga quotidiana. Pertanto l'uomo […] da sempre si limita a rispondere alle domande che talvolta gli vengono rivolte, evitando di toccare le sfere personali propria e dei passeggeri […] Soltanto in quel momento realizza che, una volta tanto, quelle del giorno antecedente non sarebbero state chiacchiere sterili.[…] Butta nuovamente lo sguardo sulla valigia e si incolpa per non aver trasgredito, il giorno precedente, quelle rigide regole di rispetto della riservatezza dei clienti. […]. Essendo un libero professionista, Jean-Paul non è soggetto al controllo direttivo e disciplinare da parte di un datore di lavoro; ma soltanto al rispetto delle regole dettate dalla specificità della sua occupazione oltre che al buon senso e alla corretta guida della propria autovettura. Dunque quelle che lui stesso definisce “rigide regole di rispetto della riservatezza dei clienti” sono una sua arbitraria volontà, che è solito applicare – al pari di un protocollo – nei confronti di ogni passeggero. Soltanto leggendo l'epilogo del romanzo si comprende che, da quel fatidico giorno in avanti, l'uomo deciderà di non seguire più quei rigorosi canoni ma di stabilire di volta in volta, a seconda del cliente, quale grado di discrezione adottare; mantenendo sempre inalterato il rispetto verso chi viaggia con lui. Questo è soltanto uno dei tanti esempi che ci confermano che il lavoro, perfino quello che può apparire più monotono di altri, può riservarci quotidianamente delle sorprese che lo rendono differente da quello svolto il giorno prima.

Leggendo l'incipit risulta innegabile la distrazione del nostro taxista; ma altrettanto confermata è la sbadataggine della sua cliente […] Si era poi precipitata verso l’entrata della Gare de Lyon, dimenticandosi di prendere la valigia che, a inizio tragitto, gli aveva fatto caricare nel baule posteriore. […]. Ci chiediamo quindi se valga davvero la pena correre, correre e ancora correre nel nostro vivere – spesso sopravvivere – quotidiano. La frenesia che accompagna le nostre giornate talvolta può rivelarsi molto pericolosa: non ci lascia assaporare – come invece ne avremmo il diritto – sensazioni ed emozioni che purtroppo non si ripeteranno più. Anche se può sembrarci strano, infatti, ogni giorno è irripetibile; differente da quello che si è chiuso alla mezzanotte precedente; diverso da ciò che ci riserverà l'indomani.

Una cosa è certa: l'essere entrato in possesso di quella valigia sta innescando in Jean-Paul una situazione di vero e proprio panico. Una sorta di terrore verso l'ignoto che l'uomo sente crescere dentro di sé e che gli scatena una sensazione a lui molto sgradita: […] Per un attimo – e se ne era vergognato – aveva provato un sentimento simile all’invidia verso i non vedenti. […]. La sensibilità tattile di chi non può utilizzare uno dei cinque sensi – la vista – è superiore a quella di chi non ha questo problema: a confermare la letteratura scientifica al riguardo ci sono i fatti: uno fra tutti l'episodio, narrato nel prologo, capitato a Jean-Paul bambino. Viene pertanto da chiedersi fino a che punto il panico può spingersi e quanto può divenire pericoloso, rischiando addirittura di annientare la nostra razionalità.

Il prologo non finisce qui: nella prossima puntata vi svelerò la seconda e ultima parte, offrendovi altri spunti di riflessione.

A presto!

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13 Novembre 2021 
di Emanuela Susmel