meise

tra vaporwave e autobiografia

WhatsApp Image 2020-12-09 at 19.38.20.jp

“Meise” è una raccolta di pensieri scritti prevalentemente in quarantena “quando non avevo altro che il mio cervello e ci dovevo fare i conti forzatamente tutti i giorni. Le canzoni hanno avuto uno scopo terapeutico, pur avendo iniziato una terapia per capire meglio i miei sentimenti“. Le canzoni esprimono parte della realtà quotidiana di Meise e, prese tutte insieme, danno vita alle immagini dei suoi pensieri giorno per giorno. Ogni brano è stato scritto e suonato dallo stesso Meise, a volte riadattando vecchie canzoni. “Non pretendo che piacciano o siano comprese da tutti, in primis le ho scritte per me, scavando e tirando fuori delle emozioni sepolte per poi metterle sopra ai beat. E il merito va soprattutto alle persone che mi hanno spronato: i miei amici, la mia compagna e tutti coloro che hanno creduto nel progetto come l’etichetta Grifo Dischi“.

Ciao Meise! La prima domanda viene spontanea: da che cosa nasce il tuo nome d’arte, che è anche il nome di questo tuo primo lavoro?

Meise deriva da "Il fu Mattia Pascal" di Pirandello, come alter ego del protagonista

"Mattia Pascal/Adriano Meis".

Com’è stato lavorare durante questa pandemia? Che strumenti hai utilizzato per registrare?

Ho lavorato a quattro mani con il produttore artistico di Grifo, Alessio, registrando da casa gli strumenti.

Sei soddisfatto di questa tua prima opera? Cos’ha significato per te mettere a nudo le tue emozioni tramite la musica?

Non sarò mai soddisfatto pienamente di quello che faccio ma penso faccia parte del processo, ma posso dire di aver messo sinceramente me stesso dentro quelle canzoni e questo ha significato molto per me.

Mi sembra che nel tuo ep ci siano anche sonorità vaporwave e lofi, ho ragione? Ci sono artisti a cui ti ispiri in particolare?

Sicuramente tendo ad avere sonorità del genere, ammiro molto il progetto Gorillaz.

Che reazione ti aspetti dal pubblico?

Nessuna in particolare, per me il fatto che abbiano ascoltato le mie canzoni è già abbastanza, questa è l'occasione che sto avendo e ne sono felice.

Questo 2020 ti ha ispirato creativamente? Nella tua musica c’è molto di te?

Penso ci sia più di me nella mia musica che in quello che faccio quotidianamente, da questo 2020 più che ispirazione ho avuto tempo per darmi forza ad uscire dal mio guscio.

Quale sarà il tuo prossimo passo? Hai intenzione, quando si potrà, di fare dei concerti?

Certamente, intanto continuerò a scrivere.

Grazie e in bocca al lupo!

WhatsApp Image 2020-12-09 at 19.38.33.jp
10 Dicembre 2020 
di Giacomo Canton
 

ugo fagioli

torna a "respirare" con il suo nuovo disco

Il cantautore di Cesena Ugo Fagioli è cresciuto artisticamente con The Tocsins, band indie-rock romagnola, con la quale incide l’album “The Tocsins” nel 2012. Successivamente ha collaborato musicalmente con altre band locali ed accresciuto la propria esperienza sui palchi di tutta Italia, aprendo concerti a Bugo, Verdena, Ministri, Bud Spencer Blues Explosion.

Ad aprile 2018 esce il suo primo singolo “Non è destino” che lo porta a presentare in versione acustica il proprio progetto. Nel 2019 presenta il progetto in versione “band”: un cocktail di parole, malinconia ed intimità, il tutto shakerato freddo insieme a chitarre ed ambienti psichedelici. Con un lockdown e un disco pronto sulle spalle, a maggio 2020 nasce il progetto Respira: “un viaggio dalle radici profonde” registrato e mixato da Andrea Cola (Sunday Morning) e masterizzato allo studio “La maestà” da Giovanni Versari.

Respira – disponibile da venerdì 4 dicembre su tutti gli store digitali - è un disco che parla di attimi, movimenti, fotografie e sensazioni provate sulla pelle. Le 9 canzoni del disco inoltre sono anche la colonna sonora di 9 episodi di una web serie, in uscita su YouTube a partire dal 2 ottobre 2020 con la collaborazione di Film Commission Emilia-Romagna, Muki Edizioni, Sfera Cubica, Alice Mazzoni per la regia di Tucano Island.

IMG-20201211-WA0066.jpg

Ciao Ugo, innanzitutto come stai e come hai vissuto (e stai vivendo) questa pandemia?

Ciao, sto bene grazie. Questa pandemia ha fatto riscoprire valori di cose che davamo per scontate. Quanto vale un abbraccio dopo mesi di reclusione? Quanto vale un bacio o una semplice serata passata al tavolino di un locale con i tuoi amici di sempre?

Queste sono piccole cose, che valgono tantissimo quando non puoi permetterti di farle. Purtroppo, la pandemia ha anche mostrato le crepe che ha tutto il mondo dell’arte e dello spettacolo. Bloccando concerti e spettacoli si è fermata una parte importante del nostro paese, quella che ci fa emozionare.

Per adesso è così e non ci possiamo fare nulla. Possiamo solo sperare che finisca il prima possibile per ricominciare a vivere l’arte come una volta.

 Come descriveresti il sound di “Respira”, il tuo primo album da solista, a qualcuno che non ti conosce?

Respira è un album a cui ho dedicato gli ultimi tre anni della mia vita. Un disco che ho scritto in due mesi, ma che ho tenuto chiuso in un cassetto a far maturare per tutto questo tempo.

Il suo sound è una miscela tra ambienti psichedelici degli anni 60/70 e i sintetizzatori dei giorni nostri. Ho cercato di trovare il giusto compromesso tra distorsioni, equalizzazioni “chiuse” e suoni limpidi.

La chitarra, il basso, la batteria sono strumenti che in questi anni sono stati sempre più utilizzati in modo “plastico”, attraverso suoni preimpostati che fanno suonare “finte” e un po’ tutte uguali le canzoni. Questo disco invece suona “sincero” perché tutto quello che ho inserito è stato suonato dal vivo e con strumenti veri. Dal “suono del vento” creato con un synth Moog alle percussioni fatte con strumenti africani e del Centro America. La profondità del suono che si crea attraverso questi strumenti mi ha permesso di raggiungere il risultato che volevo.

 Che cosa è cambiato per te dal fare musica con un gruppo rispetto a questa nuova esperienza? 

Con i Tocsins mi occupavo principalmente della parte musicale, delle produzioni e del sound che dovevano esprimere le canzoni. Per i testi se ne occupava principalmente il cantante, poi in sala prove provavamo ad “unire” questi due mondi.

In questo caso ho voluto metterci la faccia in tutto e per tutto. Ho scritto sia la musica, sia le parole. Avevo bisogno di sfogare tutto quello che avevo dentro e il miglior modo che ho trovato è stato quello di analizzare e raccontare una storia che avevo vissuto veramente.

Per fortuna in questi anni sono riuscito a trovare musicisti che credessero in me e nelle mie canzoni. Questo è stato molto importante per il risultato che abbiamo ottenuto nel disco.

Abbiamo registrato tutte le parti degli strumenti in pochissimo tempo, questo vuol dire che oltre a degli ottimi musicisti, ho trovato anche persone che hanno compreso la direzione e il mood che volevo dare alle canzoni.

Nell’album affronti la fine di una relazione, che cosa ha significato per te parlare di una cosa così intima all’interno del tuo primo lavoro da solista? 

L’aver scritto e analizzato tutto quello che è successo, mi ha fatto letteralmente “tornare a respirare”. Perché è importantissimo liberare la mente ed il cuore prima di relazionarsi con nuove persone.

In caso contrario, ti porteresti dietro tutte le paure che avevi e metteresti sulle spalle di un’altra persona i tuoi dubbi e le incertezze che non sai come gestire.

Questo disco mi avrebbe fatto bene ascoltarlo in quei momenti di totale sconforto. Perché ascoltare una voce che capisce cosa stai passando aiuta tantissimo. Non ti fa sentire solo, ti fa capire che probabilmente ci è passato prima di te, che sa di cosa sta parlando perché ha analizzato tutti gli aspetti di quel periodo così buio.

La fine di una relazione è un evento dolorosissimo, quello che conta è non lasciarsi travolgere dalla disperazione, ma reagire in ogni modo possibile. Parlandone con i propri amici o sfogandosi attraverso le proprie passioni per tornare a vivere bene con sé stessi, per tornare appunto a ”respirare”.

“Respira” è accompagnato ad una webserie pubblicata su YouTube, da che cosa è nata questa idea e com’è stata la reazione del pubblico? 

In un periodo dove escono centinaia di canzoni ogni settimana distinguerti dalla massa è fondamentale. L’album sarebbe dovuto uscire a marzo 2020, ma come sappiamo c’è stata una pandemia mondiale di mezzo. Se lo avessi fatto uscire in quel periodo non si sarebbe accorto nessuno di me e delle mie canzoni.

Durante il lockdown ho pensato ad un modo per distinguermi dagli altri artisti. Ho pensato che siccome “Respira” racconta una storia accaduta realmente, forse una serie di videoclip che trasformassero in immagini le parole sarebbe stata un’idea innovativa e che avrebbe fatto capire molto di più il senso delle parole che ho utilizzato nelle canzoni. Assieme ad Alice Mazzoni ho scritto la sceneggiatura e ho proposto al regista Tucano Island di realizzare le riprese.

Durante l’estate abbiamo girato le scene e montato tutti gli episodi. Un lavoro di sei mesi che finalmente ha visto la luce e che ha riscontrato reazioni magnifiche da parte del pubblico. Molte persone, infatti, si sono appassionate alla serie e poi alle mie canzoni.

Ma è vero anche il contrario. La serie e il disco vanno di pari passo perché raccontano una storia vera, che ho vissuto in prima persona. Una storia come tante però, in cui molte persone si sono ritrovate ascoltando certe parole e guardando certe scene.

 

Cosa hai intenzione di fare adesso? Ci saranno – quando si potrà – delle date dal vivo? 

Assolutamente sì. Per adesso rimaniamo fermi con le date dal vivo, ma appena si potrà organizzerò un concerto di presentazione del disco e una serie di date promozionali per poter far ascoltare il più possibile un disco che considero ormai come un figlio.

Nel frattempo, registrerò qualcosa di nuovo magari farò qualche diretta streaming per parlare di musica e di concerti.

La musica live, infatti, è quella che mi manca di più e non vedo l’ora di tornare a suonare dal vivo e vedere concerti.

 

Grazie e buona fortuna! 

Grazie infinite. Un saluto alla vostra redazione e a tutto il pubblico di Radio CAP.

 

IMG-20201211-WA0065.jpg
13 Dicembre 2020 
di Giacomo Canton
 

Måneskin: analisi di un successo scontato

Una breve riflessione su Sanremo, i vincitori e la televisione

sanremo immagine.jpg

Parla la gente purtroppo

Parla non sa di che cazzo parla

(Zitti e buoni, Måneskin)

Come tutti ormai sapranno, il 6 marzo 2021 i Måneskin - giovane band che, leggo da Wikipedia: ha raggiunto la notorietà nel 2017 in seguito alla partecipazione all'undicesima edizione di X Factor, grazie alla quale, pur essendosi classificata seconda, ha firmato un contratto con l'etichetta discografica Sony Music - hanno vinto la settantunesima edizione del festival di Sanremo con la canzone Zitti e Buoni. Sono molti gli spunti di riflessione che mi hanno instillato le loro esibizioni, la conseguente vittoria e la reazione del pubblico. In seguito, cercherò di rispondere a diverse domande: che cos’è Sanremo? Come funziona la televisione, in particolare quando diventa palco di lancio per musicisti? Questa band si può definire rock? Se sì, come ha fatto un gruppo rock a vincere questa competizione?

Prima di tutto, analizziamo i Måneskin e la loro esibizione. Per quanto ho visto io, non c’è nulla di troppo intellettuale in quello che fanno: solo una cura estetica precisa e mirata. Nessun disagio esistenziale realmente disturbante, nessuno stilema o caratteristica riconoscibile. La loro musica la fanno bene, nel senso che la suonano decentemente, hanno un loro sound (per quanto derivativo, ma su questo torneremo dopo), padronanza del palco, in sostanza hanno stile, e non poco. Hanno un’attitudine glam, si tengono lontani anni luce dal “realismo” dell’indie rock (di cui non credo gli importi nulla) e non si vergognano di sfociare nel pop, ma mantenendo quel retrogusto Led Zeppelin via Greta Van Fleet in sottofondo. La loro più grave “colpa” agli occhi dei puristi del genere? Sono un prodotto di natura commerciale, macinano successi, cercano e trovano il mainstream. Per quanto mi riguarda il discorso potrebbe finire anche qui: personalmente non mi piacciono, credo che in gara a Sanremo ci fossero canzoni migliori, ma i Måneskin vanno bene per quello che vuole il pubblico, soprattutto i nuovi giovani spettatori che la televisione sta cercando di coltivare come abituali. Credo sia necessario addentrarsi un altro po’ nella questione per capire oltre alle ragioni del loro successo cosa sia la televisione come media.

 

L’importanza (relativa) di Sanremo

La fotografia fa schifo! E lo sai perché fa schifo? [...] Perché lo vogliono loro! Lo vogliono loro! Nella fiction la fotografia non deve essere più bella di quella della pubblicità, se no la gente cambia canale: hanno pensato a tutto!

(Duccio Patanè, Boris)

 

Zygmunt Bauman, sociologo teorizzatore della società liquida, ci ha insegnato che: I programmi radiotelevisivi non sono altro che gli intermezzi di intrattenimento fra i blocchi di pubblicità: è la pubblicità che paga i programmi e arricchisce l'industria mediatica, non il consumatore dei programmi. Il contenuto dei programmi, quindi, deve essere di livello mediocre per attrarre il pubblico di livello mediocre a cui è rivolta la pubblicità. Il contenuto dei programmi deve essere di livello mediocre per convincere gli sponsor a comprare gli spazi pubblicitari all'interno del contenuto.

Inoltre (e soprattutto) Bauman ci spiega che la nostra è l’era della celebrità: le celebrità sono la nostra medicina contro la paura della solitudine, in quanto ci permettono di sentirci parte di qualcosa di più grande; la celebrità che si crea da sola è una contraddizione in termini e, se esiste, è un miracolo, perché la vera celebrità' può essere creata solo dall'industria mediatica, essendo un suo prodotto; la celebrità non è libera nelle sue scelte ma, in quanto progetto industriale di prodotto, viene confezionata da una schiera di intermediatori culturali che rispondono solo all'industria.

Nell’ottica baumaniana, il fine di Sanremo e X-Factor non è quello di lanciare cantanti, come i più credono, ma di vendere la pubblicità che passa fra un'esibizione e l'altra. Quindi il livello del prodotto culturale che fa da contenuto, deciso dagli sponsor, è dello stesso livello mediocre della pubblicità, il cui metodo consiste nel convincere tramite messaggi ingannevoli la persona media e priva di autonomia (cioè la massa) che essa può acquisire uno status superiore alla mediocrità attraverso l'acquisto di un oggetto che quasi sicuramente non le serve. Prendiamo, a ulteriore prova, alcuni dei vincitori degli ultimi vent’anni di Sanremo: Alexia, Povia, Giò Di Tonno e Lola Ponce, Marco Carta, Valerio Scanu, Il Volo, Francesco Gabbani. È il meglio della musica italiana? Assolutamente no, tuttavia essi si inseriscono in quel meccanismo televisivo-pubblicitario sopra descritto.  Le canzoni che sono adatte a questo gioco costituiscono il mainstream: ciò che è gradito all'industria mediatica in quanto adatto alla pubblicità. Invece, la musica che viene creata per amore della musica, senza preoccuparsi del suo essere o no adatta all'accettazione dei venditori di pubblicità, la musica che viene creata solo perché l'esperienza musicale in sé è una cosa straordinaria (in sé e non in quanto condivisa con una massa di persone che provano sentimenti simili) è musica alternativa. Quindi, secondo me, per sapere di cosa stiamo parlando quando parliamo di musica, bisogna tornare a parlare di musica alternativa, per distinguerla da ciò che vorrebbe essere mainstream ma non è ancora riuscito a trasformarsi in celebrità. Personalmente, mi piace pensare che in trasmissioni televisive come Sanremo o i vari talent sia possibile, seppur minimamente, inserire musica alternativa, ma questo non era di certo il caso dei Måneskin.

Infatti, il rapporto tra Sanremo e la musica rock non è mai stato dei migliori: da Vasco Rossi a Loredana Berté (ma si potrebbero aggiungere Zucchero, Afterhours e Bluvertigo), il rock, a Sanremo, arriva ultimo (salvo poi, come spesso succede, segnare ugualmente l’immaginario), ottenendo come risultato il disgusto del pubblico di signore imbellettate che, come da copione, vivamente protesta contro la deriva incarnata dai “demoniaci” rockettari. Se i Måneskin vanno a Sanremo e vincono è perché dietro c’è una squadra che fa sì che tutto sia studiato a tavolino (il che non è un disvalore a priori) e che l’aggressività messa in scena sia funzionale al successo commerciale, non a una rabbia genuina, poiché questa sarebbe la causa inevitabile del distacco istintivo e repulsivo di un pubblico di massa ben poco avvezzo alla sincerità denudata dell’artificio dello show business. Allontanandoci per un attimo dalle logiche televisivo/pubblicitarie, addentriamoci nella spinosa questione: i Måneskin sono una band rock? Essere rock significa essere trasgressivi? Si può essere trasgressivi anche essendo figli dello show business?

 

Il ritardo cronico della trasgressione

Come ho già detto, la canzone e l’esibizione dei Måneskin non mi hanno colpito particolarmente, e questo perché mi sembrano cose piuttosto vecchie. Sicuramente richiamano molto i Led Zeppelin più terra terra, semplificati e istituzionalizzati similmente a quanto, qualche anno fa, fecero i Greta Van Fleet con fortune alterne. Il loro stile, sia estetico che musicale, mi sembra qualcosa uscito dagli primissimi anni Settanta e, ascoltandolo, non posso che alzare gli occhi al cielo. Come può essere trasgressiva una cosa che arriva con cinquant’anni di ritardo? L’irrimediabile ritardo è dimostrato dalla vittoria stessa: i Måneskin hanno ricevuto il plauso e l’approvazione dei boomer, dei settantenni che dirigono la Rai, dei direttori dei giornali e del mondo della televisione, media morente e vecchio. Tutto questo dimostra chiaramente quanto il prodotto Måneskin non sia né nuovo né trasgressivo, ma perfettamente conforme a ciò che è sempre salito sul palco dell’Ariston. Stiamo parlando di una band che si è fatta conoscere con un talent televisivo e che successivamente ha vinto il Festival di Sanremo, cosa c’è di meno rock? È l’establishment, è l’istituzione, la norma. Da oggi il rock italiano è “un po’ più morto” perché ha ulteriormente perso la sua forza di trasgressione, la sua ragion d’essere.

Bisogna innanzitutto chiarire un concetto: che cos’è il rock? È difficile spiegarlo con assoluta certezza, il rock ha una definizione prettamente musicale e una ideologica, più sfumata. Il rock è un'evoluzione del rock and roll, trae le sue origini anche da numerose forme musicali più antiche, come il rhythm and blues e il country, con richiami anche alla musica folk. Musicalmente il rock è incentrato sull'uso della chitarra elettrica, solitamente accompagnata dal basso elettrico e dalla batteria. Tuttavia, negli anni il termine rock è diventato un termine generico utilizzato per indicare una grande varietà di sottogeneri musicali che si sono sviluppati nel corso del tempo. In ogni caso, il rock si è ben presto caratterizzato come uno stile e un’ideologia alquanto variegati e complessi, al cui interno è agevole rintracciare stili e tendenze anche profondamente divergenti, se non opposte. Tuttavia, l’incorporamento di una specifica intensità sonora lo ha ben presto trasformato in un fenomeno che ha acceso una certa componente trasgressiva, che non deriva solo dalla sua origine socialmente marginale, ma che risulta essere espressa anche dal livello del suono, dai testi e da una messa in scena spettacolare. Questo configura una precisa - ma altrettanto variegata - miscela musicale, entro la quale si cerca di esprimere una visione diretta e immediata della realtà, evitandone ogni possibile “camuffamento”. Per questo, oggi è arduo fornire una sola definizione di rock.

Sul piano storico, il rock ha finito per rappresentare, in alcuni decenni del Novecento, la voce dell’esigenza di un profondo cambiamento sociale (forse anche grazie alla sua origine socialmente marginale). Un cambiamento che, pur non riuscendo a realizzarsi storicamente, ha tuttavia lasciato in eredità una diffusa speranza di mutamento che sempre riemerge, con vigore, dalle canzoni, anche se ascoltate a distanza di molti decenni. Il rock è quindi la musica alternativa per eccellenza, quella che incarna la speranza del cambiamento, nonostante non voglia necessariamente fuggire dal successo commerciale e dall’accettazione della massa.

Parliamoci chiaro: l’umiltà non è un valore del rock, anzi. Il “se la tira” mi è sempre sembrata un’accusa banale, e la colpa dei Måneskin non è certo quella di fare i gradassi sul palco. Però, quanto può essere trasgressiva (e quindi rock) una band che ottiene successo in due diverse competizioni televisivo-musicali? Nonostante ogni dettaglio strilli trasgressione, ne trovo molta di più in Madame, Willie Peyote e Coma_Cose piuttosto che nei Måneskin. Questa “innovativa” band è il prodotto perfetto per ricordare agli ultra-sessantenni la passata giovinezza e per divertire i giovani (che non si sono mai avvicinati al genere perché impauriti, ma che finalmente possono ascoltare la propria versione impacchettata, infiocchettata, istituzionalizzata ed epurata da ciò che hanno sempre odiato, ovvero la vera trasgressione). Il fatto che questa rivoluzione, come l’ho vista chiamare in giro, venga accolta con applausi e tappeti rossi, dimostra quanto non sia tale.

Tralasciando per un attimo il discorso su cosa sia (o non sia) il rock, riportiamo l’attenzione sul vero talento, la vera innovazione, seppure piccola, promossa da veri artisti contemporanei che hanno partecipato al Festival, i quali portano avanti un quadro musicale sensato e importante, non una mera operazione di necrofilia musicale in stile Måneskin. Parlo di Madame, artista d’avanguardia nel panorama giovane mainstream italiano per testo, melodie vocali e nuove produzioni, lontane dalla canzone melodica all’italiana. Parlo di Willie Peyote, la cui canzone, per quanto non perfetta, ha un testo davvero intelligente e coraggioso. Parlo di Colapesce e Dimartino che hanno proposto una hit fresca e commerciale, ma non banale, non a caso diventata anni luce più popolare fra i giovani rispetto a Zitti e Buoni.

 

The People vs. Chiara Ferragni

Ora, prima della conclusione, è necessario menzionare un altro fattore centrale alla vittoria dei Måneskin: la partecipazione indiretta di Chiara Ferragni.

Chiara Ferragni ha incitato su Instagram i suoi follower (quasi 23 milioni, anche se molti non italiani) a votare per suo marito Fedez, in gara con Francesca Michielin; i due si sono posizionati poi al secondo posto. Naturalmente è nata una polemica piuttosto sterile su quanto fosse giusto il comportamento dell’influencer. È ovvio che la risposta è sì, certo che poteva e doveva farlo. Cos’altro avrebbe dovuto fare? Tutti gli altri cantanti in gara hanno, chi più chi meno, centinaia di migliaia di followers, se non milioni, oltre a famiglie e amici che tifano per loro e incitano il voto da casa. Non è colpa di Fedez se sua moglie è Chiara Ferragni, e non avrebbe avuto senso per lei censurarsi. Questa vicenda ha in qualche modo reso ancora più prorompente la vittoria dei Måneskin, visti ancora di più come l’anti-establishment, l’anti-Ferragni che vince nonostante una massa, presuntamente indottrinata, che vota qualcun altro. Oltre a obbiettare che il voto del pubblico è solo un terzo del complessivo che forma la classifica, e che quindi (presumendo che Fedez e la Michielin abbiamo ricevuto più voti da casa) se i Måneskin hanno vinto è successo grazie ai voti della giuria demoscopica e della sala stampa (quindi a quello che è il vero establishment), gli stessi Måneskin hanno un numero di follower impressionante, più di un milione, probabilmente molto più affezionati e interessati alle competizioni musicali di quelli della Ferragni che non necessariamente sono fan di Fedez (e, anche se fossero interessati a Fedez, non necessariamente lo sono della sua musica). Inoltre, mi ha fatto sorridere come i Måneskin, l’anti establishment, i rivoluzionari rock, hanno avuto dalla loro un’assurda campagna promozionale fatta di manifesti pubblicitari comparsi in tutte le più grandi città di d’Italia giorni prima della finale, cosa che nessun altro concorrente si è potuto permettere di fare. È chiaro che la produzione che sta dietro loro è immensa e pensarli come quattro ragazzi da soli contro i giganti è piuttosto ingenuo.

 

Conclusione

In conclusione, i Måneskin sono rock, ma solo musicalmente, non a livello ideologico/trasgressivo. Sono un prodotto televisivo perfettamente confezionato per la massa, non gli autori di una rivoluzione. Sembrerà strano ammetterlo, ma io non odio i Måneskin, anzi mi fanno un po’ simpatia. Inoltre, non posso che essere contento che qualcosa di vagamente rock (almeno per quanto riguarda la musica e l’attitudine, meno per sincerità, provenienza e reale forza trasgressiva) abbia vinto Sanremo. Zitti e Buoni non mi fa venire voglia di ascoltarmi un intero disco loro, ma mai dire mai [1]. I Måneskin hanno fatto la rivoluzione? Secondo me no, ma chissà, magari sono uno di quelli che “parla ma non sa di che cazzo parla”. Non mi dispiacerebbe per nulla essere smentito, magari con un’invasione delle classifiche italiane da parte di band rock. I quattro ragazzi sono giovani e possono solo migliorare, possibilmente trovando uno stile personale, lasciando i trucchi e i costumi da parte (così come le cover dei CCCP), non perché siano “scandalosi”, semmai il contrario, ma perché cuciono loro addosso un’immagine di rock vecchia e polverosa e non ce n’è più bisogno. Di musica vera e alternativa, di questo c’è sempre bisogno. Purtroppo, credo siano tutte illusioni, ma a me illudermi piace.

Note

[1] Il giorno dell’ultima stesura di questo è uscito l’album dei Måneskin (Teatri d’Ira Vol. I) e, preso da una curiosità morbosa, non ho potuto che ascoltarlo. La prima impressione è che sia un lavoro molto mediocre, raffazzonato in fretta e furia (come testimonia la sua brevissima durata) per sfruttare il più possibile l’ondata del successo di Sanremo. Una mossa molto poco rock.

20 Marzo 2021 
di Giacomo Canton
 

piqued jacks

piqued jacks immagine copertina.jpg

Band toscana attiva dal 2006, i Piqued Jacks propongono un alt-funk energetico e dall’appeal internazionale. il 19 marzo 2021 è uscito il loro terzo album Synchronizer, primo disco per il catalogo INRI, da loro definito come “il lavoro più completo, vario ed incisivo” della propria carriera. Diversi stili e influenze esplorate negli undici brani, impreziositi dalla collaborazione con Francesco “Fry” Moneti dei Modena City Ramblers, un disco capace allo stesso tempo di allargare gli orizzonti della band e dare continuità ai precedenti capitoli discografici, Climb Like Ivy Does e The Living Past.

Synchronizer è un album scritto con l’entusiasmo dovuto alla chimica ritrovata dopo il cambio di line-up alla chitarra nei primi mesi del 2019, e su un amalgama consolidato durante il tour dell’album The Living Past tra Gran Bretagna, Canada, Italia e Grecia. La genesi ha attraversato anche il primo lockdown del 2020, in cui, pur abitando a pochi chilometri uno dall’altro, i Piqued Jacks non si sono potuti incontrare per settimane, senza tuttavia smettere di comporre insieme e sperimentare. Con un hard disk e il loro fonico di fiducia, sono poi partiti per il Regno Unito per incontrare i tre produttori che avevano fin lì seguito i lavori a distanza e per completare la lavorazione di Synchronizer.

Ciao! Innanzitutto vorrei chiedervi come state e come state vivendo come band questo momento storico molto particolare.

Ciao Giacomo! Grazie per l’intervista. Ci sentiamo a metà, in un limbo tra giornate in cui pensiamo che potremmo stare peggio e altre in cui potremmo stare meglio. Per fortuna ci siamo inventati questa storia di 5 singoli in 5 mesi, così ci siamo tenuti tenerci tonici e attivi in vista dell’arrivo di “Synchronizer”.

 

Una domanda per chi ancora non vi conosce: come descrivereste il vostro sound?

Non ci riusciamo mai, la risposta migliore è nelle canzoni.

 

Nel tempo trascorso dall’uscita del vostro ultimo album, The Living Past, c’è stato un cambio di line-up: come ha influito sul vostro modo di lavorare e sul vostro sound?

Molte cose sono rimaste le stesse, siamo ancora dei musicisti in cerca di fortuna e con un debole per il grottesco, ma a livello di sound senz’altro pensiamo di essere diventati più “cantabili”. Prima eravamo più Meshuggah, ora ci sentiamo più Jonas Brothers. Il modo di lavorare ai pezzi è invece rimasto intatto e anzi si è arricchito. L’ingresso di Majic-o ci ha ridato il vigore giusto per andare avanti e continuare a spingere, con il doppio della sfacciataggine.

 

Il nuovo album, in uscita il 19 marzo, è il primo per il catalogo INRI, che cosa è cambiato per voi con il passaggio a questa etichetta e come vi state trovando con loro?

Due settimane dopo il nostro ingresso nel roster, il mondo è cambiato diventando quello che conosciamo oggi. È stato comunque un grande salto per noi, in un grande team che piano piano sta diventando una famiglia. Purtroppo come noi, anche INRI ha le mani abbastanza legate in questo periodo, ma stiamo comunque facendo un sacco di cose belle e appena si aprirà la gabbia usciremo sparati come levrieri.

 

Questo album è stato in parte concepito durante il primo lockdown. Cosa ha significato per voi suonare e comporre a distanza, nonostante abitaste a pochi chilometri l’uno dall’atro?

Ha significato continuare a sentirci vivi in un periodo dove altrimenti avremmo voluto buttarci da un aereo senza paracadute. Ci ha spronato quantomeno a mettere il paracadute.

 

Com’è stato invece volare a Londra per registrare insieme a grandi produttori come Julian Emery, Brett Shaw e Dan Weller?

Una bella boccata d’aria in un periodo difficile, senz’altro la nostra audacia di registrare un disco in questo periodo è stata ripagata con una finestra di tranquillità e apertura dei confini nazionali. Trovarsi dentro a posti leggendari come i Matrix Studios, passando dalla campagna al cuore pulsante dell’industria internazionale a fianco di professionisti di quel calibro, ci ha fatti sentire completamente immersi in quel mondo che piano piano ci stiamo conquistando.

 

Com’è nata la collaborazione con Fry dei Modena City Ramblers?

Scherzosamente ma non troppo ti diciamo che ci eravamo un po’ stancati dei suoni digitali di Logic. Ci piace sempre coinvolgere altri musicisti e non fare tutto da soli, in questo caso siamo stati particolarmente fortunati ad avere il giusto aggancio e un paio di pezzi che avevano bisogno di un bel violino.

 

In passato avete suonato negli Stati Uniti e Canada, quanto vi mancano i live? E, quando si potranno fare concerti in sicurezza, dove non vedete l’ora di tornare?

Tanto così |________________________________________|. Vogliamo tornare ovunque e farci tutti i paesi che mancano alla lista, però se proprio dobbiamo scegliere una data tra Canada, Gran Bretagna, Stati Uniti e Grecia, scegliamo Roccamandolfi, in Molise, al bellissimo Rocka In Musica.

 

Grazie mille e buona fortuna!

piqued jacks immagine 2.jpg
3 Aprile 2021 
di Giacomo Canton