Måneskin: analisi di un successo scontato

Una breve riflessione su Sanremo, i vincitori e la televisione

Parla la gente purtroppo

Parla non sa di che cazzo parla

(Zitti e buoni, Måneskin)

Come tutti ormai sapranno, il 6 marzo 2021 i Måneskin - giovane band che, leggo da Wikipedia: ha raggiunto la notorietà nel 2017 in seguito alla partecipazione all'undicesima edizione di X Factor, grazie alla quale, pur essendosi classificata seconda, ha firmato un contratto con l'etichetta discografica Sony Music - hanno vinto la settantunesima edizione del festival di Sanremo con la canzone Zitti e Buoni. Sono molti gli spunti di riflessione che mi hanno instillato le loro esibizioni, la conseguente vittoria e la reazione del pubblico. In seguito, cercherò di rispondere a diverse domande: che cos’è Sanremo? Come funziona la televisione, in particolare quando diventa palco di lancio per musicisti? Questa band si può definire rock? Se sì, come ha fatto un gruppo rock a vincere questa competizione?

Prima di tutto, analizziamo i Måneskin e la loro esibizione. Per quanto ho visto io, non c’è nulla di troppo intellettuale in quello che fanno: solo una cura estetica precisa e mirata. Nessun disagio esistenziale realmente disturbante, nessuno stilema o caratteristica riconoscibile. La loro musica la fanno bene, nel senso che la suonano decentemente, hanno un loro sound (per quanto derivativo, ma su questo torneremo dopo), padronanza del palco, in sostanza hanno stile, e non poco. Hanno un’attitudine glam, si tengono lontani anni luce dal “realismo” dell’indie rock (di cui non credo gli importi nulla) e non si vergognano di sfociare nel pop, ma mantenendo quel retrogusto Led Zeppelin via Greta Van Fleet in sottofondo. La loro più grave “colpa” agli occhi dei puristi del genere? Sono un prodotto di natura commerciale, macinano successi, cercano e trovano il mainstream. Per quanto mi riguarda il discorso potrebbe finire anche qui: personalmente non mi piacciono, credo che in gara a Sanremo ci fossero canzoni migliori, ma i Måneskin vanno bene per quello che vuole il pubblico, soprattutto i nuovi giovani spettatori che la televisione sta cercando di coltivare come abituali. Credo sia necessario addentrarsi un altro po’ nella questione per capire oltre alle ragioni del loro successo cosa sia la televisione come media.

 

L’importanza (relativa) di Sanremo

La fotografia fa schifo! E lo sai perché fa schifo? [...] Perché lo vogliono loro! Lo vogliono loro! Nella fiction la fotografia non deve essere più bella di quella della pubblicità, se no la gente cambia canale: hanno pensato a tutto!

(Duccio Patanè, Boris)

 

Zygmunt Bauman, sociologo teorizzatore della società liquida, ci ha insegnato che: I programmi radiotelevisivi non sono altro che gli intermezzi di intrattenimento fra i blocchi di pubblicità: è la pubblicità che paga i programmi e arricchisce l'industria mediatica, non il consumatore dei programmi. Il contenuto dei programmi, quindi, deve essere di livello mediocre per attrarre il pubblico di livello mediocre a cui è rivolta la pubblicità. Il contenuto dei programmi deve essere di livello mediocre per convincere gli sponsor a comprare gli spazi pubblicitari all'interno del contenuto.

Inoltre (e soprattutto) Bauman ci spiega che la nostra è l’era della celebrità: le celebrità sono la nostra medicina contro la paura della solitudine, in quanto ci permettono di sentirci parte di qualcosa di più grande; la celebrità che si crea da sola è una contraddizione in termini e, se esiste, è un miracolo, perché la vera celebrità' può essere creata solo dall'industria mediatica, essendo un suo prodotto; la celebrità non è libera nelle sue scelte ma, in quanto progetto industriale di prodotto, viene confezionata da una schiera di intermediatori culturali che rispondono solo all'industria.

Nell’ottica baumaniana, il fine di Sanremo e X-Factor non è quello di lanciare cantanti, come i più credono, ma di vendere la pubblicità che passa fra un'esibizione e l'altra. Quindi il livello del prodotto culturale che fa da contenuto, deciso dagli sponsor, è dello stesso livello mediocre della pubblicità, il cui metodo consiste nel convincere tramite messaggi ingannevoli la persona media e priva di autonomia (cioè la massa) che essa può acquisire uno status superiore alla mediocrità attraverso l'acquisto di un oggetto che quasi sicuramente non le serve. Prendiamo, a ulteriore prova, alcuni dei vincitori degli ultimi vent’anni di Sanremo: Alexia, Povia, Giò Di Tonno e Lola Ponce, Marco Carta, Valerio Scanu, Il Volo, Francesco Gabbani. È il meglio della musica italiana? Assolutamente no, tuttavia essi si inseriscono in quel meccanismo televisivo-pubblicitario sopra descritto.  Le canzoni che sono adatte a questo gioco costituiscono il mainstream: ciò che è gradito all'industria mediatica in quanto adatto alla pubblicità. Invece, la musica che viene creata per amore della musica, senza preoccuparsi del suo essere o no adatta all'accettazione dei venditori di pubblicità, la musica che viene creata solo perché l'esperienza musicale in sé è una cosa straordinaria (in sé e non in quanto condivisa con una massa di persone che provano sentimenti simili) è musica alternativa. Quindi, secondo me, per sapere di cosa stiamo parlando quando parliamo di musica, bisogna tornare a parlare di musica alternativa, per distinguerla da ciò che vorrebbe essere mainstream ma non è ancora riuscito a trasformarsi in celebrità. Personalmente, mi piace pensare che in trasmissioni televisive come Sanremo o i vari talent sia possibile, seppur minimamente, inserire musica alternativa, ma questo non era di certo il caso dei Måneskin.

Infatti, il rapporto tra Sanremo e la musica rock non è mai stato dei migliori: da Vasco Rossi a Loredana Berté (ma si potrebbero aggiungere Zucchero, Afterhours e Bluvertigo), il rock, a Sanremo, arriva ultimo (salvo poi, come spesso succede, segnare ugualmente l’immaginario), ottenendo come risultato il disgusto del pubblico di signore imbellettate che, come da copione, vivamente protesta contro la deriva incarnata dai “demoniaci” rockettari. Se i Måneskin vanno a Sanremo e vincono è perché dietro c’è una squadra che fa sì che tutto sia studiato a tavolino (il che non è un disvalore a priori) e che l’aggressività messa in scena sia funzionale al successo commerciale, non a una rabbia genuina, poiché questa sarebbe la causa inevitabile del distacco istintivo e repulsivo di un pubblico di massa ben poco avvezzo alla sincerità denudata dell’artificio dello show business. Allontanandoci per un attimo dalle logiche televisivo/pubblicitarie, addentriamoci nella spinosa questione: i Måneskin sono una band rock? Essere rock significa essere trasgressivi? Si può essere trasgressivi anche essendo figli dello show business?

 

Il ritardo cronico della trasgressione

Come ho già detto, la canzone e l’esibizione dei Måneskin non mi hanno colpito particolarmente, e questo perché mi sembrano cose piuttosto vecchie. Sicuramente richiamano molto i Led Zeppelin più terra terra, semplificati e istituzionalizzati similmente a quanto, qualche anno fa, fecero i Greta Van Fleet con fortune alterne. Il loro stile, sia estetico che musicale, mi sembra qualcosa uscito dagli primissimi anni Settanta e, ascoltandolo, non posso che alzare gli occhi al cielo. Come può essere trasgressiva una cosa che arriva con cinquant’anni di ritardo? L’irrimediabile ritardo è dimostrato dalla vittoria stessa: i Måneskin hanno ricevuto il plauso e l’approvazione dei boomer, dei settantenni che dirigono la Rai, dei direttori dei giornali e del mondo della televisione, media morente e vecchio. Tutto questo dimostra chiaramente quanto il prodotto Måneskin non sia né nuovo né trasgressivo, ma perfettamente conforme a ciò che è sempre salito sul palco dell’Ariston. Stiamo parlando di una band che si è fatta conoscere con un talent televisivo e che successivamente ha vinto il Festival di Sanremo, cosa c’è di meno rock? È l’establishment, è l’istituzione, la norma. Da oggi il rock italiano è “un po’ più morto” perché ha ulteriormente perso la sua forza di trasgressione, la sua ragion d’essere.

Bisogna innanzitutto chiarire un concetto: che cos’è il rock? È difficile spiegarlo con assoluta certezza, il rock ha una definizione prettamente musicale e una ideologica, più sfumata. Il rock è un'evoluzione del rock and roll, trae le sue origini anche da numerose forme musicali più antiche, come il rhythm and blues e il country, con richiami anche alla musica folk. Musicalmente il rock è incentrato sull'uso della chitarra elettrica, solitamente accompagnata dal basso elettrico e dalla batteria. Tuttavia, negli anni il termine rock è diventato un termine generico utilizzato per indicare una grande varietà di sottogeneri musicali che si sono sviluppati nel corso del tempo. In ogni caso, il rock si è ben presto caratterizzato come uno stile e un’ideologia alquanto variegati e complessi, al cui interno è agevole rintracciare stili e tendenze anche profondamente divergenti, se non opposte. Tuttavia, l’incorporamento di una specifica intensità sonora lo ha ben presto trasformato in un fenomeno che ha acceso una certa componente trasgressiva, che non deriva solo dalla sua origine socialmente marginale, ma che risulta essere espressa anche dal livello del suono, dai testi e da una messa in scena spettacolare. Questo configura una precisa - ma altrettanto variegata - miscela musicale, entro la quale si cerca di esprimere una visione diretta e immediata della realtà, evitandone ogni possibile “camuffamento”. Per questo, oggi è arduo fornire una sola definizione di rock.

Sul piano storico, il rock ha finito per rappresentare, in alcuni decenni del Novecento, la voce dell’esigenza di un profondo cambiamento sociale (forse anche grazie alla sua origine socialmente marginale). Un cambiamento che, pur non riuscendo a realizzarsi storicamente, ha tuttavia lasciato in eredità una diffusa speranza di mutamento che sempre riemerge, con vigore, dalle canzoni, anche se ascoltate a distanza di molti decenni. Il rock è quindi la musica alternativa per eccellenza, quella che incarna la speranza del cambiamento, nonostante non voglia necessariamente fuggire dal successo commerciale e dall’accettazione della massa.

Parliamoci chiaro: l’umiltà non è un valore del rock, anzi. Il “se la tira” mi è sempre sembrata un’accusa banale, e la colpa dei Måneskin non è certo quella di fare i gradassi sul palco. Però, quanto può essere trasgressiva (e quindi rock) una band che ottiene successo in due diverse competizioni televisivo-musicali? Nonostante ogni dettaglio strilli trasgressione, ne trovo molta di più in Madame, Willie Peyote e Coma_Cose piuttosto che nei Måneskin. Questa “innovativa” band è il prodotto perfetto per ricordare agli ultra-sessantenni la passata giovinezza e per divertire i giovani (che non si sono mai avvicinati al genere perché impauriti, ma che finalmente possono ascoltare la propria versione impacchettata, infiocchettata, istituzionalizzata ed epurata da ciò che hanno sempre odiato, ovvero la vera trasgressione). Il fatto che questa rivoluzione, come l’ho vista chiamare in giro, venga accolta con applausi e tappeti rossi, dimostra quanto non sia tale.

Tralasciando per un attimo il discorso su cosa sia (o non sia) il rock, riportiamo l’attenzione sul vero talento, la vera innovazione, seppure piccola, promossa da veri artisti contemporanei che hanno partecipato al Festival, i quali portano avanti un quadro musicale sensato e importante, non una mera operazione di necrofilia musicale in stile Måneskin. Parlo di Madame, artista d’avanguardia nel panorama giovane mainstream italiano per testo, melodie vocali e nuove produzioni, lontane dalla canzone melodica all’italiana. Parlo di Willie Peyote, la cui canzone, per quanto non perfetta, ha un testo davvero intelligente e coraggioso. Parlo di Colapesce e Dimartino che hanno proposto una hit fresca e commerciale, ma non banale, non a caso diventata anni luce più popolare fra i giovani rispetto a Zitti e Buoni.

 

The People vs. Chiara Ferragni

Ora, prima della conclusione, è necessario menzionare un altro fattore centrale alla vittoria dei Måneskin: la partecipazione indiretta di Chiara Ferragni.

Chiara Ferragni ha incitato su Instagram i suoi follower (quasi 23 milioni, anche se molti non italiani) a votare per suo marito Fedez, in gara con Francesca Michielin; i due si sono posizionati poi al secondo posto. Naturalmente è nata una polemica piuttosto sterile su quanto fosse giusto il comportamento dell’influencer. È ovvio che la risposta è sì, certo che poteva e doveva farlo. Cos’altro avrebbe dovuto fare? Tutti gli altri cantanti in gara hanno, chi più chi meno, centinaia di migliaia di followers, se non milioni, oltre a famiglie e amici che tifano per loro e incitano il voto da casa. Non è colpa di Fedez se sua moglie è Chiara Ferragni, e non avrebbe avuto senso per lei censurarsi. Questa vicenda ha in qualche modo reso ancora più prorompente la vittoria dei Måneskin, visti ancora di più come l’anti-establishment, l’anti-Ferragni che vince nonostante una massa, presuntamente indottrinata, che vota qualcun altro. Oltre a obbiettare che il voto del pubblico è solo un terzo del complessivo che forma la classifica, e che quindi (presumendo che Fedez e la Michielin abbiamo ricevuto più voti da casa) se i Måneskin hanno vinto è successo grazie ai voti della giuria demoscopica e della sala stampa (quindi a quello che è il vero establishment), gli stessi Måneskin hanno un numero di follower impressionante, più di un milione, probabilmente molto più affezionati e interessati alle competizioni musicali di quelli della Ferragni che non necessariamente sono fan di Fedez (e, anche se fossero interessati a Fedez, non necessariamente lo sono della sua musica). Inoltre, mi ha fatto sorridere come i Måneskin, l’anti establishment, i rivoluzionari rock, hanno avuto dalla loro un’assurda campagna promozionale fatta di manifesti pubblicitari comparsi in tutte le più grandi città di d’Italia giorni prima della finale, cosa che nessun altro concorrente si è potuto permettere di fare. È chiaro che la produzione che sta dietro loro è immensa e pensarli come quattro ragazzi da soli contro i giganti è piuttosto ingenuo.

 

Conclusione

In conclusione, i Måneskin sono rock, ma solo musicalmente, non a livello ideologico/trasgressivo. Sono un prodotto televisivo perfettamente confezionato per la massa, non gli autori di una rivoluzione. Sembrerà strano ammetterlo, ma io non odio i Måneskin, anzi mi fanno un po’ simpatia. Inoltre, non posso che essere contento che qualcosa di vagamente rock (almeno per quanto riguarda la musica e l’attitudine, meno per sincerità, provenienza e reale forza trasgressiva) abbia vinto Sanremo. Zitti e Buoni non mi fa venire voglia di ascoltarmi un intero disco loro, ma mai dire mai [1]. I Måneskin hanno fatto la rivoluzione? Secondo me no, ma chissà, magari sono uno di quelli che “parla ma non sa di che cazzo parla”. Non mi dispiacerebbe per nulla essere smentito, magari con un’invasione delle classifiche italiane da parte di band rock. I quattro ragazzi sono giovani e possono solo migliorare, possibilmente trovando uno stile personale, lasciando i trucchi e i costumi da parte (così come le cover dei CCCP), non perché siano “scandalosi”, semmai il contrario, ma perché cuciono loro addosso un’immagine di rock vecchia e polverosa e non ce n’è più bisogno. Di musica vera e alternativa, di questo c’è sempre bisogno. Purtroppo, credo siano tutte illusioni, ma a me illudermi piace.

Note

[1] Il giorno dell’ultima stesura di questo è uscito l’album dei Måneskin (Teatri d’Ira Vol. I) e, preso da una curiosità morbosa, non ho potuto che ascoltarlo. La prima impressione è che sia un lavoro molto mediocre, raffazzonato in fretta e furia (come testimonia la sua brevissima durata) per sfruttare il più possibile l’ondata del successo di Sanremo. Una mossa molto poco rock.

20 Marzo 2021 
di Giacomo Canton

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