la numerazione del terzo millennio

Storie dal cimitero più grande, più profondo

Il ventidue Aprile nel Canale di Sicilia sono comparsi tre barconi messi in mare dai trafficanti libici, ma nessuno ha inviato navi per soccorrerli in maniera tempestiva.

Oltre mille persone hanno chiamato i soccorsi, richiedendo aiuto per oltre due interminabili giorni, fino a quando l'onda letale del mare ha tolto il respiro a centotrenta migranti. Centotrenta persone. Centotrenta esseri umani.

Quanto pesa la coscienza che ci portiamo sulla pelle?

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Viviamo in un'epoca in cui tendiamo ad associare numeri, valutazioni e percentuali alle vite umane, ma che volto avevano i centotrenta morti in mare? Erano vite umane in balia del destino e nude di qualsiasi protezione, ma al contempo bisognose di affetto. Fuggendo da una realtà che il benessere europeo non ci fa concepire, intercorrevano nel limbo.

 

Forse, ad oggi abbiamo altre priorità e, anche grazie alle preoccupazioni dovute alla pandemia, ci siamo dimenticati di chi prima divideva l'opinione pubblica e riempiva i giornali. Forse, frasi come “potrebbero tornare a casa loro” non ci sconvolgono più come prima. Forse, sentirai dire che Draghi non ha fatto così male a ringraziare il primo ministro libico per i salvataggi svolti.

 

Credo che la vera distanza tra noi e loro sia stata creata proprio con la non integrazione. Il non conoscere la vita che ci si presenta davanti fa sì che ai nostri occhi la persona diventi numero, e quindi parte di un grande gruppo indefinito. Viviamo nell'epoca definibile “la numerazione del terzo millennio”, per questo, oggi più che mai, è indispensabile restare umani.

18 Maggio 2021 
di Federica Godi