la lista delle faccende

la notte in cui un ragazzo era a casa da solo, ma qualcosa non tornava...

James stava fermo nella vasca da bagno, ascoltando il gocciolio del rubinetto che perdeva e pensava a quanto sarebbe stata bella la vita se avesse potuto farsi un bagno ogni volta che ne aveva voglia.

Non era di certo facile quando dovevi convivere con due sorelle e un solo bagno in comune. Quasi gli sembrava di trovarsi in un collegio femminile, non fosse stato per suo padre.

Ma suo padre non c’era mai, quindi tutto sommato poteva anche essere così.

Mentre fissava il soffitto, ripensava alla discussione di pochi giorni prima di suo padre e sua madre.

«Non sei mai a casa, credi sia facile crescere tre figli da sola»”, gridava lei.

«E tu pensi che sia facile mantenere questa famiglia?», ribatteva il padre ancora più forte.

“Che discorsi del cazzo”, aveva pensato quella volta James infilandosi le cuffie per non dover più ascoltare la lite dei genitori. La loro sembrava veramente la tipica famiglia, con i fratelli che si odiano e i genitori che litigano perché l’uomo va a lavorare e la donna resta a casa a crescere la prole. Bleah. Non poteva esserci nulla di più disgustoso per lui, di una vita così noiosa e prevedibile. Avrebbe dato di tutto per starsene tranquillo in casa senza più nessuno.

E a quanto pareva, era stato accontentato.

Infatti quella sera sarebbe stato a casa da solo. Non era mai capitato, in tutti i suoi 17 anni, che avesse la casa tutta per sé. La sorella maggiore Gina sarebbe andata dal suo ragazzo, mentre la minore e la madre a trovare la zia. Il padre in qualche posto per lavoro, come al solito.

La madre si era raccomandata che tenesse in ordine e per questo gli aveva lasciato una lista di cose da fare. Guarda un po’ se nella sua serata libera da quei demoni di sorelle doveva pure mettersi a fare le faccende di casa. Ma non aveva scelta, o la madre si sarebbe infuriata. Non era mai stata molto affettuosa con i figli, e le sorelle avevano decisamente preso dal suo carattere e quindi James si era sempre considerato un po’ orfano.

Ma a lui stava bene così.

Immerso nei suoi pensieri non si era accorto di essere stato troppo nella vasca e, quando si tirò su, lo notò dalla pelle raggrinzita di mani e piedi. Si asciugò, arrotolò un asciugamano intorno alla vita e si diresse in cucina a prepararsi la cena. Panino tonno e maionese: una schifezza per sua madre, una prelibatezza da gustarsi sul divano per lui.

Si sentiva talmente rilassato che, quando entrò in cucina, notò a malapena il cassetto delle posate aperto e quasi ci finì contro. “Che strano”, pensò. La madre era stata l’ultima ad uscire di casa e lei era una maniaca dell’ordine. Ma era solo un cassetto, capita a tutti di dimenticarselo, nella fretta.

Così si preparò il suo panino e si diresse alla volta del divano, si sedette, accese la tv e così continuò la sua serata idilliaca.

Più tardi si svegliò all’improvviso, come se qualcosa lo avesse allarmato. Si era addormentato sul divano? Non lo ricordava proprio. Forse si era appisolato solo un attimo e le voci della tv lo avevano svegliato… ma la tv era spenta e guardando l’orologio sopra il camino si accorse che erano le due di notte. Possibile che avesse dormito così tanto?

«Cazzo» disse, ricordandosi che sua madre sarebbe tornata la mattina dopo e lui non aveva sbrigato nessuna faccenda. Così si alzò, si pulì dalle briciole che aveva addosso e portò in cucina il piatto. Ma quando fece per metterlo nel lavello, si spaventò e il piatto gli cadde rompendosi fragorosamente in mille pezzi, di cui alcuni lo tagliarono all’altezza della caviglia. James neppure se ne accorse, i suoi occhi erano incollati a guardare l’oggetto nel lavello.

Era un coltello. Il loro coltello da carne, quello grande. Ma che ci faceva lì? Non era possibile.

Prima non ricordava di averlo visto e sembrava fosse stato lavato. Ma che bisogno c’era? Loro avevano la lavastoviglie. In quel momento James non riusciva a muoversi, era come impietrito. Poi a un tratto si riprese, e cercò di ragionare logicamente.

Sicuramente era entrato qualcuno. Prese il coltello, poteva utilizzarlo come arma per difendersi.

Il più silenziosamente possibile iniziò a controllare le porte e le finestre del piano di sotto. Tutto regolare, tutto chiuso rigorosamente a chiave. Mancava il piano di sopra però. Così prese coraggio e iniziò a salire lentamente le scale, che cigolavano piano sotto le sue gambe tremanti. Aveva un coltello, non poteva succedergli niente di brutto, si ripeteva.

Appena di sopra controllò in tutte le stanze, meno quella dei suoi genitori ovvio, la chiudevano sempre a chiave da quando lo avevano sorpreso a 13 anni a rubare soldi dal cassetto dei calzini di suo padre. Mai che la smettessero di ricordarglielo. Comunque era tutto nella norma e James tirò un sospiro di sollievo.

“Che scemo”, pensò. Il coltello sicuramente l’aveva usato la sorella per tagliare la carne che avrebbero mangiato il giorno dopo, e figuriamoci se quella sbadata l’aveva messo a posto. Tanto la colpa sarebbe sicuramente ricaduta su di lui!

Così, prendendosi in giro da solo per essere stato tanto paranoico, tornò di sotto. Il suo obiettivo ora era capire quanto presto avrebbe dovuto svegliarsi l’indomani per fare le faccende prima che sua madre tornasse. Doveva quindi trovare il foglietto con le indicazioni. Poggiò il coltello e lo cercò… Ma dov’era? Eppure era convinto di aver intravisto la madre che glielo scriveva in cucina… Se l’era sognato? Guardò dappertutto, sul bancone, attaccato al frigo, per terra. Niente.

Improvvisamente un brivido gli corse lungo la schiena, perché in quella serata tutto gli appariva così strano? Sentiva che c’era qualcosa di diverso, ma non riusciva a darsi una spiegazione logica. Tutto sembrava in ordine, ma allo stesso tempo c’erano tante piccole cose fuori posto, che non tornavano.

Quindi a quel punto le opzioni erano due, o stava dormendo o aveva bisogno di farlo. Decise che non aveva senso starci a pensare ancora, che se lo avessero saputo le sorelle lo avrebbero preso in giro all’infinito per quelle sciocchezze.

Decise che era definitivamente giunta l’ora di andare a letto, consapevole che la mattina dopo la madre lo avrebbe sgridato ugualmente, anche se palesemente si era dimenticata di lasciargli scritte le faccende.

Bizzarro, però, non era da lei… chissà che le passava per la testa ultimamente.

Così James andò a letto e dormì il sonno più profondo che avesse mai dormito.

Si svegliò il giorno dopo, di soprassalto. Si girò verso la sveglia, e si accorse che erano le due del pomeriggio!

“Ma che diavolo?!” pensò sgranando gli occhi, ancora un po’ assonnati.

Ma come era possibile che l’avessero lasciato dormire così a lungo? Alzandosi fece per andare di sotto, ma si accorse che era nudo; ieri sera alla fine non si era rivestito. Così cambiò direzione e si diresse verso il piccolo armadio di legno che conteneva i suoi letteralmente quattro vestiti. Ma aprendo l’anta non trovò i suoi soliti calzoncini. Ne aveva solo un altro paio, che però gli stavano enormi; in alternativa aveva i pantaloni lunghi che non si sognava neanche di mettere, con quel caldo.

Infilò giusto un paio di mutande e si avviò verso il bagno. Forse li aveva lasciati lì.

Ma appena uscì dalla sua stanza calpestò un liquido denso e appiccicoso.

Abbassò lo sguardo, e ricordò tutto.

Ricordò la madre che stava scrivendo in cucina. Ricordò come lo aveva guardato sapendo che doveva stare a casa, nella sua meravigliosa e perfetta casa, da solo; chissà cosa avrebbe combinato. Era così che lei lo guardava ogni singolo giorno della sua vita.

Poi ricordò il coltello. Di come lo aveva tirato fuori dal cassetto e aveva pugnalato la madre alle spalle. Di come lei si fosse girata a guardarlo, il coltello piantato nella schiena, con uno sguardo che diceva tutto. Che diceva che lei sapeva che prima o poi James avrebbe commesso un errore, che l’avrebbe delusa. Lei lo sapeva, e proprio per questo lui aveva estratto il coltello e aveva continuato a pugnalarla.

Poi ricordò che l’aveva presa e portata di peso in camera sua.

Successivamente era andato da ognuna delle sorelle e le aveva ammazzate entrambe. Senza pietà. Tanto sarebbero state come lei. Non lo meritavano. Lo aveva fatto per loro.

Anche loro erano state portate in camera dei genitori e lasciate sul pavimento accanto alla madre.

“Che bel quadretto” aveva pensato, chiudendo la porta.

Dopodiché aveva ripulito tutto, ci erano volute ore.

Aveva fatto un bagno e messo i vestiti nel cesto dei panni sporchi. Ora sarebbe toccato a lui lavarli, le donne di casa non c’erano più.

“Vero, papà?”, aveva pensato, “ora tocca a noi arrangiarci, non era questo che volevi?”

In quel momento ricordò tutto e si mise a ridere. Rise per un quarto d’ora. Quanto era ironico? Aveva avuto tutto il tempo paura di sé stesso. Ma era stata la serata migliore della sua vita.

Quando la polizia arrivò lo trovò già morto nella vasca da bagno.

Il biglietto con le faccende fu trovato in fondo alla gola della madre.

4 Luglio 2020 
di Jennifer Pizzuti

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