incroci e giocolieri

Ho alzato lo sguardo e ho visto un giocoliere. Era all’incrocio col semaforo alla fine dello stradone, che se uno guarda su Maps scopre che si chiama viale Sandro Pertini, daje presidente. Come dimenticare del resto un uomo come lui, il presidente che giocò a briscola con Bearzot dopo i mondiali dell’82, quello che disse: “è meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature”, una frase a cui pochi darebbero torto, ma loro non sanno manco cosa sia la dittatura.

C’era questo giocoliere, a questo incrocio, e chissà se lo sapeva che quello era viale Pertini, se aveva visto anche lui su Maps che si chiama così. Sapeva di sicuro che si incrocia con la via Emilia perché tutti, ma proprio tutti, sanno che la via Emilia è la cucitura che tiene insieme i lembi di pelle di questi posti nostri.

Da lì parte pure via prati di Caprara. Forse questo il giocoliere non lo sapeva, ma si parla da anni di un nuovo comparto edilizio, ai Prati di Caprara, tra le proteste degli ambientalisti contro il consumo di suolo. L’amministrazione dice che l’urbanistica è tutta una cosa di concertazione tra pubblico e privato: i privati vogliono costruire e guadagnare, e il pubblico deve garantire il bene di tutti. Allora io dico che possono chiamarlo, quel giocoliere, come consulente. Alla fine lui se ne intende, il suo è tutto un gioco di equilibri, un continuo stare in piedi senza far cadere niente, che se il mondo cade chissà dove va a finire, e allora devi essere bravo a prenderlo e rilanciarlo su.

Il giocoliere me lo doveva proprio spiegare perché aveva scelto quell’incrocio. Sapeva che poi da lì si arriva all’università? Dopo quel tunnel che per la toponomastica è viale Vittorio Sabena si trova la sede di ingegneria, dimenticata da Dio e dai santi. A me piace essere dimenticato da Dio, ma pure dai santi, e allora avanti tutta signori, perdiamo 40 minuti in quel tunnel, viaggiando sul 35, per 3 fermate, guardando ciascuno nella propria auto, una persona per auto.

Un giorno non ci saranno più le auto private, giuro che un giorno le aboliremo, ma non è questo il giorno. Ancora oggi quando i figli compiono 18 anni i genitori pensano bene di regalargli la macchina, perché sennò povero Cristo come fa a vivere, perde l’uso delle gambe a 18 anni il piccolo, i quadricipiti gli si raggrinziscono, le ossa iniziano ad essere deboli per la carenza di calcio. Regalategli una forma di parmigiano invece di una macchina, lì il calcio c’è. Per non parlare del fatto che se accendi la tv ti accorgi che ancora il 60 % delle pubblicità parla di macchine. È inutile raccontarsi favole sulla mobilità sostenibile, io sto qua bloccato sul bus insieme a voi macchine con semplici motori a combustione interna, una tecnologia della seconda metà dell’Ottocento. È imbarazzante, ancora sbaviamo dietro a una roba di 150 anni fa, mentre oggi l’automazione fa scoperte pazzesche, tanto che tra 20 anni produrrà addirittura i giocolieri robotici, precisi precisi a quelli veri. E tu, mio caro giocoliere, potrai mandarli al tuo posto quando è brutto tempo, quando piove, così non prendi il raffreddore e fai su anche più soldi. Gli automobilisti in coda al semaforo diranno “povero mi fa pena” e ti molleranno due centesimi in più, tanto quelli non gli servono, la macchinetta del caffè al lavoro non li prende. Io, che invece sono una persona integra, i 2 centesimi li accumulo nell’arco dell’anno, perché il caffè lo prendo a casa, nella mia moka, al massimo al bar, perché quello delle macchinette mi fa venire mal di pancia. Io, che sono una persona integra, tutte le monetine da 2 centesimi le accumulo e me ne libero in sole due occasioni: a Pasqua e a Natale. Sono le uniche volte in cui vado a messa, e non sai la soddisfazione di fare tutto quel rumore buttando le monetine nel cestino delle offerte. Lo so, l’integrità ha un prezzo da pagare, possibilmente in monetine di rame.

Giocoliere mio, perché cazzo hai scelto questo incrocio me lo devi proprio spiegare. Ma non era più facile andare in una bella piazza del centro a vedere il sorriso di un turista o di un ragazzo che quella mattina ha saltato la scuola per paura di essere interrogato? No.

Come scatta il semaforo rosso lui si prende la scena con le sue palline. Ruba qualche secondo a chi aspetta il verde: regala un passatempo a chi il tempo lo ammazza. La mano aperta vicino ai finestrini per chiedere una moneta, ma io speravo lanciasse in aria anche quella, rendendo leggero ed etereo anche ciò che è più materiale.

L’asfalto, lo smog, i clacson. Nella piattezza pervasa dalla monotonia della routine lui portava leggerezza, ferendo con un po’ di colore il grigiore compatto del cielo padano. Ho provato a seguire il moto di una pallina sola, ma dopo una parabola l’avevo già persa, come se da sola quella singola pallina non avesse senso di esistere. Dopo qualche parabola avevo perso anche lui, dileguatosi tra le macchine o appoggiato ad un palo a riprendere le forze. Dopo troppe parabole mi ero perso anche io, dileguatomi tra i pensieri o appoggiato al finestrino del bus per riprendere sonno.

13 Febbraio 2021 
di Samuele Abagnato

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