in Salaborsa

Il racconto che, nel 2010, donai alla celebre biblioteca bolognese

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In una sera d’autunno di qualche anno fa, spinta dalla necessità di crearmi uno spazio personale, mi venne l’idea di scrivere.

Quella sera, infatti, avrei potuto impiegare il tempo in altro modo: telefonare a un’amica, ascoltare della buona musica, leggere un libro con una storia avvincente. Ma una voce, dentro di me, mi disse che la trama, questa volta, l’avrei scritta io.

Presi carta e penna e buttai giù la traccia di una storia che tenevo custodita nella mia mente da oltre un ventennio.  Decisi che, in seguito, avrei avuto tutto il tempo per riflettervi, ma anche che avrei continuato soltanto in un momento in cui tutto mi sarebbe stato più chiaro, senza sapere quando quel momento sarebbe arrivato.

I miei propositi si infransero appena il giorno dopo, durante la pausa pranzo dal lavoro. Per un contrattempo una collega, all‘ultimo momento, aveva disdetto il pranzo insieme a me. Mi trovai così a vagare per il centro di Bologna senza una meta precisa.

Due sole cose mi erano del tutto evidenti: da un lato, sentivo l’esigenza di entrare in un ambiente chiuso, data la bassa temperatura di quella giornata; dall‘altro, era ancora viva dentro me la sensazione di pace che avevo avvertito la sera prima tuffandomi in quel progetto tanto improbabile quanto fantastico.

Mi convinsi che quello era soltanto l’inizio di un lungo percorso.

Questi erano i miei pensieri nel momento in cui mi trovavo in piazza Maggiore, davanti alla statua del Nettuno.

All‘improvviso mi voltai e, senza pensarci troppo, entrai in Salaborsa. Attraversai la “piazza coperta” e mi diressi verso la biblioteca di fronte, con l’unico obiettivo di sedermi a un tavolo e riuscire a tirare fuori con urgenza dalla borsa carta e penna. Cercai e ricercai. Non venne fuori nemmeno il più stropicciato dei foglietti. Non mi persi d’animo: presi in mano il cellulare e aprii la pagina dei promemoria, sperando che lo spazio restante sul telefonino fosse sufficiente ad accogliere le tante parole che tumultuavano nella mia testa.

Le idee mi si schiarivano man mano che componevo le frasi e avevo netta la percezione di quella che sarebbe stata la prima versione del romanzo. Ma un’ora passò velocissima e dovetti rientrare in ufficio. A malincuore rimossi quei pensieri fantastici e mi concentrai su qualcosa di più concreto: il mio lavoro di impiegata in una società finanziaria.

Presi a replicare quella pausa pranzo ogni volta che ne avevo la possibilità, fino a quando non divenne un’abitudine. Munita di un blocco di fogli e di un paio di biro, entravo nell’atrio della Salaborsa con passo deciso, con la medesima sicurezza e familiarità che provavo rincasando dopo una faticosa giornata di lavoro. Tutt’intorno vedevo gente immersa nel mare della lettura, mentre io mi buttavo a capofitto in quello della scrittura.

Tra gli archi dipinti e i soffitti decorati della Salaborsa, giorno dopo giorno, stava nascendo una storia.

Settimana dopo settimana arrivai a consumare un paio di interi blocchi di fogli, annotando in essi parole scritte tutte con il medesimo colore nero, ma con una grafia che rifletteva, via via, il mio quotidiano stato d’animo.

In tarda serata, a casa, quando riuscivo, trascrivevo quel fiume di parole su un file con il computer di mio marito.

Venne così il momento della lettura della primissima stesura del testo, nella stessa sala, allo stesso tavolo, o quasi.

In quei giorni ero tornata a essere una lettrice tra i tanti che, in religioso silenzio, mi stavano attorno.

Arrivò quindi il momento di apporre, sul testo scritto al computer, le correzioni a biro rossa che ben si evidenziavano sui fogli bianchi. Dovetti pensare in fretta a una soluzione che mi permettesse di dedicarmi a quella occupazione durante la pausa pranzo. Sapevo bene però che il computer, a quell’ora, non sarebbe stato in mio possesso. Iniziò così un’avventura nella sala delle postazioni internet. Per tre giorni fissi alla settimana ne prenotavo una che fosse disponibile e procedevo alle correzioni del caso, facendomi salvare, dal gentile operatore con gli occhiali, il file corretto sulla mia chiavetta. Quella, sì, che ce l’avevo sempre con me e occupava, nella mia borsa, uno spazio infinitesimale rispetto al blocco di fogli o alla carta stampata.

Alzando lo sguardo al di sopra dello schermo del computer, i miei occhi trovavano un muro: una parete bianca su cui immaginavo di veder scorrere, come in una moviola, le scene che stavo rileggendo e correggendo.

Arrivò poi il momento della lettura dei fogli stampati dopo la revisione, nella stessa sala dei primi tempi, allo stesso tavolo o quasi, spesso le stesse persone intorno a me, con la loro silenziosa compagnia.

Era intanto giunto Natale e, con esso, un regalo graditissimo: un note book bianco perlato, tutto “da riempire”!

Cominciò così la scoperta di nuovi ambienti in Salaborsa, quelli arredati con i tavoli dotati di spina per l’alimentazione dei computer, come l’intero primo piano da cui potevo ammirare i soffitti meravigliosamente affrescati. Là tutto prendeva un’altra forma, perfino ciò che continuavo a leggere e rileggere oramai da mesi. In alcuni giorni preferivo l’ambiente silenzioso della saletta sulla sinistra, chiusa dalle quadrettate porte a vetri; in altri, apprezzavo il mormorio della gente nell’atmosfera ovattata sulla balconata. In Salaborsa ogni volta la prospettiva era diversa, differenti erano le sensazioni. Là ho vissuto emozioni come quella della telefonata del direttore editoriale, arrivata nel momento in cui ero seduta a un tavolo del bar, nella “piazza coperta“.  Se i muri della biblioteca potessero parlare, saprebbero esprimere ben meglio di me ciò che provai nel sentirmi dire: “Lo pubblichiamo!” Che emozione trovarmi seduta a un tavolo rotondo sulla balconata del primo piano in compagnia del consulente editoriale, prima per discutere le clausole del contratto di edizione e poi per rivedere il testo insieme a lui.

In Salaborsa ho scritto una storia. In Salaborsa la mia storia è diventata un libro: Un sogno chiamato Vittoria.

Le sue mura sono state, per me, come un abbraccio materno che ha coccolato e carezzato la mia prima creatura letteraria, plasmandola amorevolmente da quando tentava di trovare un proprio spazio nella moltitudine dei miei pensieri fino alla sua materializzazione definitiva.

Un abbraccio materno che mi ha visto dapprima entusiasta per l’inizio di una nuova avventura letteraria, quando condividevo con un’amica un progetto intenso ed emozionante sulla storia della sua vita che lei mi aveva chiesto di raccontare, e in seguito delusa per l’inaspettata richiesta di sospendere quello stesso progetto. Capii in seguito che mi sarei fatta carico di una grossa responsabilità e che sarebbe stato davvero complicato riuscire a mantenere una giusta distanza. Avrei inoltre incontrato serie difficoltà nel trattare in modo adeguato e corretto vicende altrui delicate e personali.

Nel tempo in cui è durata l’avventura del mio primo romanzo, in alcune sporadiche giornate ho sentito l’esigenza di un cambiamento, come un diversivo.

Ho provato a “tradire” la biblioteca frequentata così assiduamente e mi sono lasciata incuriosire dalla suggestiva cornice dell’Archiginnasio. Ma nemmeno quell’immersione nell'atmosfera dell’antica cultura ha saputo farmi sentire il calore di Salaborsa.

Ora mi è stato gentilmente proposto di donare alla biblioteca un mio scritto inedito. Per il romanzo ho usato la fantasia, ma questa volta non ce n’è bisogno. Il ringraziamento commosso e grato per quanto la biblioteca mi ha dato e mi continua a donare è la verità sulla mia storia in Salaborsa.

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15 Maggio 2021 
di Emanuela Susmel