storia di un fantasma

di come rendere la relatività del tempo al cinema

“Quand’ero piccola traslocavamo di continuo e io scrivevo dei bigliettini. Li ripiegavo tante volte e li nascondevo in vari posti, così se fossi mai tornata avrei avuto qualcosa di me che mi aspettava”

Stiamo vivendo un periodo strano. Prima di poter vedere gli effetti che tutto questo avrà sulla mente di chi l’ha vissuto dovranno passare anni. È difficile ricordare i mesi trascorsi chiusi in casa, ma realizzare di non essere ancora alla fine è terrorizzante. Durante la quarantena i nostri rapporti si sono complicati: la distanza imposta dall’emergenza e la mancanza di un vero contatto fisico hanno reso le comunicazioni più difficili. Infatti, a prescindere, le relazioni portano gioia ma, inevitabilmente, anche dolore. Nessuna relazione è perfetta di suo e, prima o poi, si vengono a creare scogli che potrebbero farla naufragare. Per molti lo scoglio è stata la distanza imposta. Il tempo trascorso lontano l’uno dall’altro ci ha resi duri e insensibili, spingendoci a considerare le cose da un solo punto di vista: il nostro. I nostri ricordi e le nostre fantasie si sono fusi: abbiamo sognato cose mai successe prendendole per vere; abbiamo sovra-analizzato il passato; abbiamo idealizzato il futuro; abbiamo preferito voltare la testa verso qualcos’altro, perdendoci in distrazioni facili, per non pensare a noi stessi e ai nostri bisogni. I ricordi possono diventare un peso insostenibile, un’ossessione.

A seguito di un così rapido e drastico cambiamento delle nostre abitudini, anche il tempo ha mutato significato, peso e forma. Abbiamo tutti, chi più chi meno, vissuto una distorsione temporale: i giorni passati chiusi in casa sembravano volare, effimeri nel loro ripetersi; altri insostenibilmente noiosi.

Una simile situazione emotiva viene raccontata in un film che con la pandemia non ha niente a che vedere: Storia di un Fantasma, pellicola del 2017 per la regia di David Lowery. La trama è semplice, quasi non c’è: una giovane coppia, di cui non ci è dato sapere i nomi, vive in America in una casa indipendente di campagna. Un giorno, lui muore a causa di un incidente, lasciando lei sola. Finché la donna non abbandona la casa, il film si concentra su di lei e sul suo lutto, per poi dedicarsi all’uomo, rimasto nella casa sotto forma di fantasma. Lo spettatore segue il fantasma nella sua nuova “vita” immortale e con essa vede cambiare la sua percezione del tempo, che ora scorre troppo velocemente. Anni, decenni e secoli passano in un’unica inquadratura, in un solo cambio di sguardo.

L’importanza dell’iconografia

Il fantasma di Storia di un fantasma, come si può evincere dalla locandina, è rappresentato mediante il classico lenzuolo con i buchi: un’iconografia infantile e dal sapore retrò. Questa scelta nelle mani sbagliate sarebbe risultata ridicola, ma Lowery l’ha resa credibile e realistica: non una sola volta mettiamo in discussione che un fantasma sia fatto così. All’espediente teatrale del fantasma coperto da un lenzuolo, ormai ridicolizzato da un secolo di racconti per l’infanzia, vengono restituiti mistero e gravità drammatica, riportando quel drappo bianco ad essere il ‘sudario’ che copre il cadavere sul tavolo d’obitorio. La rappresentazione iconografica tradizionale, familiare e immediatamente riconoscibile, risulta nuova ed elegante per pacatezza e felice ingenuità e si fa simbolo del bianco candore dello spirito che si muove sinuosamente fra gli spazi, sempre più ossessionato da piccoli dettagli. Il fantasma è spettatore di un mondo che può fare a meno di lui ed è incapace di lasciar andare il suo passato, imprigionato in un contesto sempre più irriconoscibile. Il fantasma, quindi, non è solo mera entità paranormale, ma è anche la manifestazione simbolica del ricordo che sopravvive agli eventi e che dura nel silenzio. Senza apparire si mostra in maniera velata: è una presenza nell’assenza, ben sintetizzata da occhi inespressivi e tuttavia tristi, come i due fori in un lenzuolo.

Lo spazio reale e lo spazio emotivo

Il film di Lowery si sviluppa proprio su questo lieve confine tra la vita e la sua negazione. Gli obiettivi lasciati in sospeso, non raggiunti, determinano un’impossibilità di accettare la fine di un percorso, ma soprattutto un’incapacità di separarsi da luoghi destinati a sopravvivere ai sentimenti umani e alla vita stessa. Sono luoghi che il protagonista, già da vivo, difficilmente voleva lasciare, affermando in un flashback: «qui c’è la nostra storia». La casa viene venduta, riammobiliata, comprata, demolita e ricostruita. Il tempo cambia lo spazio e lo rivela per quello che è: un involucro. Ma cosa succede se un involucro è tutto quello che rimane di una relazione? Lo si protegge, si cerca in ogni modo di rimanerci all’interno. Così lo spazio si interseca con il senso della memoria: esso è ciò che non muta, nonostante l’assenza di chi è stato amato. Il luogo vissuto costituisce la cornice di un sistema relazionale, ma, quando la relazione si esaurisce per un qualsiasi motivo, il luogo continua a permearsi di emozioni e memorie, trasformandosi in un triste involucro.

Il tempo cinematografico come tempo percepito 

Storia di un fantasma mette a confronto la caducità della vita umana con la vastità del tempo. Ma con quali espedienti cinematografici il regista riesce a trattare questo tema? Il film è girato in 4:3, un formato che veniva utilizzato prima della diffusione del cinemascope negli anni 60’, molto più vicino ad un quadrato che ad un rettangolo: un formato filmico a cui ormai siamo disabituati. Inoltre gli angoli del riquadro sono arrotondati. Lo scopo di tali scelte è quello di trasmettere il senso claustrofobico del tempo, rievocando nel mentre le emozioni contrastanti che suscitano le vecchie fotografie incorniciate. Si viene proiettati in una dimensione stringente, come chiusi in una scatola, così come il nostro fantasma è chiuso nella piccola casa da cui non vuole liberarsi. Altra scelta particolare è lo stile di regia, scarno ed essenziale. È evidente che Storia di un fantasma sia un film a basso budget (100.000 dollari): le scenografie sono minimali; gli effetti speciali sono minimi e solo per un paio di scene chiave; i dialoghi sono ridotti all’osso; le inquadrature sono spesso fisse e lunghe; i due attori famosi (Casey Affleck e Rooney Mara) sono stati pagati il minimo sindacale pur di partecipare al progetto. È inutile negarlo, Storia di un fantasma, come la maggior parte dei film sfidanti, lascia molto di più allo spettatore quando è finito piuttosto che durante la visione. Il modo in cui vengono gestiti i tempi cinematografici dal regista è funzionale nel trasmettere allo spettatore le precise sensazioni dei personaggi nell’inquadratura, la loro situazione interiore. Il film, almeno nella prima parte, è giocato su riprese lunghe e statiche volte a trasmettere il dramma di lei, rimasta improvvisamente sola. Un esempio si ha nel long take fisso sulla donna intenta a mangiare una torta, mentre viene osservata da lui, immobile. L’inquadratura rimane su di lei per quasi cinque minuti e non ci sono battute. Vediamo solo una donna mangiare fino a star male seduta sul pavimento, sola. È difficile restare a guardare lo schermo senza distrarsi, ma esiste una rappresentazione più realistica del lutto? Almeno ci siamo risparmiati la solita scena madre del pianto al funerale e il disagio che abbiamo provato in quei cinque minuti è funzionale, nonché realistico. Le tragedie si consumano in silenzio, così come le relazioni e le nostre vite si consumano in tempi costantemente dilatati o fluidamente sconnessi. Storia di un fantasma suggerisce non tanto l’idea inflazionata che l’immortalità sia una tortura, quanto l’idea che il tempo sia prezioso proprio perché poco e ciclico. L’immortalità del fantasma è insensata perché non gli permette di apprezzare, nemmeno come osservatore, la vita che scorre davanti ai suoi occhi, troppo veloce per essere compresa. Il fantasma riesce ad attendere abbastanza affinché tutto finisca e la storia ricominci: rivede la propria casa; la propria donna; sé stesso morire; sé stesso ricomparire come fantasma. Una specie di lutto senza fine che il nostro fantasma dagli occhi vuoti sarà costretto a vivere per mantenere in vita i sentimenti, finché non riuscirà a liberarsene trovando, nascoste fra i muri, le parole che la donna gli ha lasciato prima di andarsene, le parole che lo legano a quella casa.

Storia di un fantasma è una vicenda di amore e morte che si snoda senza strepiti, senza scenate e urla. È un film che nella sua storia assolutamente fantastica riesce ad essere realistico perché rappresenta situazioni terribilmente intime e comuni. Storia di un Fantasma coglie la malinconia dell’esser testimoni della propria assenza, la profondità del concetto di memoria, la distorsione e l’immensità del tempo e il complesso rapporto che ci lega ai luoghi della nostra vita. Sono cose che stiamo affrontando tutti. È un film che non può lasciare indifferenti, nel bene e nel male, non è horror, non è drammatico, non è un film di fantasmi, è un capolavoro.

30 Novembre 2020 
di Giacomo Canton

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