fact-checking

l'unica vera risposta alle notizie false

Il fact-checking nel lavoro giornalistico è la verifica puntigliosa dei fatti e delle fonti, tesa anche a valutare la fondatezza di notizie o affermazioni riguardanti istituzioni e persone di rilievo pubblico, con particolare riferimento a quanto viene diffuso mediante la Rete.[i]

Tale fenomeno, strettamente interconnesso con quello delle fake news, nonostante appaia di recente denominazione e definizione, in realtà è legato a doppio filo con la storia dell’uomo e si manifesta ben prima della comparsa della Rete. Il più grande esempio di  fact-checking nell’era predigitale è quello realizzato da Lorenzo Valla con il suo celebre discorso, scritto intorno al 1440, sulla donazione di Costantino, quel documento “contraffatto e a torto ritenuto vero”, posto alla base del potere temporale della chiesa.[ii] Oltre a questo celebre esempio se ne potrebbero elencare molti altri sino a risalire a quasi tremilacinquecento anni fa, agli scambi di doni tra i re babilonesi e i faraoni egiziani e alla non coincidenza del valore promesso e il valore effettivo dei doni stessi.

Il fact-checking nella sua accezione contemporanea si è affermato negli Stati Uniti nei primi anni 2000. Tale termine rimandava però a una nutrita tradizione giornalistica di ricerca dei fatti, preliminare alla pubblicazione di articoli, riconducibile al lavoro svolto nelle grandi redazioni del TIME e del New Yorker, nelle quali si svolgevano analisi minuziose, poco gratificanti e richiedenti un grande dispendio di personale e di tempo. Con l’avvento della crisi dei periodici negli anni Novanta, i tagli alle redazioni hanno spesso colpito in prima istanza i reparti di fact-checking, diventati sempre più rari; così accadde ad esempio per la storica sezione del TIME, chiusa nel 1996.

Con la comparsa del web il fact-checking ha inaugurato la propria rinascita sotto un nuovo profilo: non più quello del controllo preliminare di notizie all’interno delle redazioni, bensì il controllo sulle dichiarazioni di interesse pubblico effettuate principalmente da politici e personaggi noti. I primi esempi di attività di fact-checking online si rinvengono nel progetto di tre studenti americani, Spinsanity, dedicato all’analisi delle dichiarazioni politiche durante la prima presidenza di George W. Bush, e nel progetto FactCheck.org, nato all’interno dell’Università della Pennsylvania e ancora in funzione. Queste prime esperienze sono state il volano per la progressiva affermazione della pratica del fact-cheking e con il passare del tempo si sono moltiplicati i siti giornalistici che se ne occupano. In America attualmente i principali sono: Abc News, The Associated Press, PolitiFact[iii] e Snopes. Le attività di fact-checking si sono poi diffuse in tutto il mondo, a partire dall’esigenza comune di contrasto alla disinformazione: la stessa Italia ha visto nascere negli anni 2000 i primi progetti che successivamente hanno assunto forme sempre più strutturate, in particolare a partire dal 2010. Attualmente le fonti più autorevoli di fact-checking nel nostro paese sono LaVoce.info, che si occupa di esaminare la veridicità delle notizie in ambito economico, Pagella Politica, che si occupa di analizzare la veridicità delle dichiarazioni dei politici, e Facta, progetto avviato da Pagella Politica il 23 marzo 2020, che allarga il suo campo di indagine a tutte le forme di disinformazione.

Nel 2015, il fenomeno del fact-checking ha sviluppato una coordinazione internazionale grazie a The Poynter Institute for Media Studies, una scuola di giornalismo situata a St.Petersburg, Florida, che ha lanciato l'International Fact-Checking Network (IFCN), il quale stabilisce un codice etico per le organizzazioni che si occupano di verifica dei fatti. Essa ha promosso il primo International Fact Checking Day il 2 aprile 2017 ed il primo Global Fact-Checking Summit, svoltosi a Madrid dal 5 al 6 luglio dello stesso anno. L'IFCN tra le sue principali funzioni annovera quella di effettuare audit [iv] e quella di rilasciare una certificazione di validità annuale riconosciuta a livello internazionale per le attività di fact-checking che ne fanno richiesta. Tale certificazione IFCN è prerequisito fondamentale per collaborare con le più importanti società informatiche quali Google o Facebook ed eseguire al loro servizio attività di fact-checking.

Il fact-checking con l’avvento del web ha ripreso piede. Tale rinascita non è casuale, bensì trova le sue origini nelle nuove modalità di consumo e produzione di contenuti informativi che il web ha generato. Queste sono assai permeabili al fenomeno della diffusione di notizie false, vista la crescente deprofessionalizzazione dei produttori di informazione. Di fatto, chiunque abbia accesso alla rete è potenzialmente un informatore, vista la carenza di un rapporto di fiducia tra fruitore di contenuti e fonti di informazione in grado di portare fidelizzazione a un dato media, come evidenzia Giovanni Zagni, direttore di Pagella Politica, affermando, come dimostrano alcuni studi, che: “È  evidente che la maggioranza degli italiani si fida di testate giornalistiche riconosciute e dalla lunga tradizione come l’ANSA, ma in pochi utilizzano effettivamente tali fonti per informarsi, mentre paradossalmente le fonti sulle quali ricade meno fiducia sono anche quelle maggiormente consultate”.[v] Dati rilevanti che evidenziano il pericolo di interagire in Rete con informazioni qualitativamente scarse o addirittura errate emergono anche dal rapporto sul consumo di informazione pubblicato da AGCOM nel febbraio del 2018. Qui è riportato che internet è il secondo media per numero di utilizzi in Italia, battuto solo dalla televisione, principale fonte di informazione degli italiani. Per la fascia di età compresa tra i 14 e i 44 anni, circa l’85% accede ad internet a scopo informativo e, in particolare, il 26% di coloro che hanno tra i 14 e i 34 anni di età si informa di politica. Di coloro che accedono ai contenuti informativi tramite internet, il 39, 4% interagisce con fonti editoriali, mentre il 54,5% interagisce con le informazioni proposte dalle fonti algoritmiche, le quali propongono notizie affini alle opinioni di chi le fruisce sulla base delle azioni compiute online dallo stesso fruitore. Si tratta di quelle notizie che, con più probabilità, si possono dimostrare false e che maggiormente incidono sulla polarizzazione del pensiero. Questa modalità informativa ha inciso in modo preoccupante ed evidente soprattutto negli Stati Uniti, dove i dati sulla fruizione della Rete a scopi informativi, in particolare dei social, sono sensibilmente più alti di quelli Italiani [vi]. Come riportato da un’analisi dell’agenzia di stampa britannica Reuters [vii] , si presume che ciò abbia portato, ad esempio, all’interruzione del 15% delle relazioni amorose durante e immediatamente dopo le elezioni presidenziali del 2016. Tornando all’Italia il 40% della sua popolazione ha considerato vera una fake news e solo il 10% di questa ammette l’errore di averla condivisa.[viii] La fascia di età che più si è dimostrata propensa in Italia alla credenza delle fake news è quella compresa tra i 25 e i 34 anni, infatti il 63% di questi ha ritenuto vera una fake news e il 18% l’ha anche condivisa. Proprio la condivisione è il comportamento da evitare da parte dell’utente, salvo una piena certezza dei dati condivisi, per ridurre il propagarsi della mala informazione. Giovanni Zagni afferma a tal proposito che si dovrebbe scolpire nella mente delle persone uno slogan come “condividi di meno!”. Occorre precisare però che “tantissima disinformazione ha pochissimo effetto e raggiunge pochissime persone, poche cose invece raggiungono tutti. Quali sono queste poche cose? Quelle che vengono rilanciate da media tradizionali o da figure politiche di primo piano. Ciò è confermato da uno studio del Reuters Institute for the Study of Journalism”. Proprio a questo passaggio crossmediale i fact-checkers devono prestare la massima attenzione.

La gravità della situazione relativa alla diffusione delle fake news è evidenziata anche da molti dipendenti delle principali piattaforme social. Nell’ottobre del 2019 particolarmente emblematico fu il caso della lettera inviata dai dipendenti di Facebook al CEO e fondatore della piattaforma Mark Zukenberg per richiedere l’applicazione del fact-checking anche alle inserzioni politiche pubblicate a pagamento. Nella lettera i dipendenti scrivono: “La disinformazione ha un effetto su tutti noi. Le nostre attuali politiche di fact checking minacciano tutto ciò che Facebook dice di rappresentare […] Ci opponiamo a questa politica. Non protegge gli utenti ma permette invece ai politici di strumentalizzare la nostra piattaforma”.[xi] Sono dunque numerosi i campanelli d’allarme che fanno intendere oggi più che mai la necessità di serie operazioni di fact-checking.

In secondo luogo, la rilevanza che il fact-checking ha assunto è figlia di un’impossibilità ontologicamente presente nel diritto di intervenire in modo troppo invasivo nel disciplinare l’informazione, senza sfociare in azioni autoritarie e antidemocratiche. Il fact-checking, dunque, è lo strumento di contestazione delle falsità tipico dei regimi democratici che prevedono la libertà di espressione e, per tanto, la disinformazione prodotta può essere principalmente combattuta con una solida e sana informazione che ad essa reagisca. 

Come si è potuto evincere, il fact-checking è una tipologia estremamente specializzata di giornalismo che muta con il mutare del contesto nel quale opera. A dimostrazione di ciò Giovanni Zagni evidenzia che: “si è registrato un grosso cambiamento nelle operazioni di fact-checking a partire dal 2016. Fino al 2016 il fact-checking era soprattutto politico per poi subire un cambiamento radicale, con l’esplosione del tema delle fake news, muovendosi verso il contrasto della disinformazione in senso lato, anche non politica. Nell’esaminare il metodo di lavoro dei fact-checkers, è per tanto opportuno mantenere la distinzione tra fact-checking politico e fact-checking non politico. Per quanto riguarda il fact-checking politico questo è principalmente fatto tramite metodi giornalistici: le dichiarazioni dei politici sono verificabili con rapporti, studi, database pubblici o da richiedere alle amministrazioni. I tempi che ciò necessita sono relativamente lunghi. Almeno un giorno di lavoro. Per quanto riguarda il debunking, ovvero il fact-checking non politico, si utilizzano strumenti più tecnici, ad esempio noi usiamo dei software a pagamento per monitorare quali sono i casi di disinformazione che si diffondono di più sul web e insieme a questi si usano degli strumenti tecnologici per capire la diffusione delle varie notizie, quali crowdtangle, sviluppato da Facebook. Per quanto riguarda più strettamente il processo di verifica nel debunking, molto spesso si ha a che fare con le immagini, per tanto si usano strumenti che permettono di vedere se le immagini sono manipolate, ma molte cose si scoprono già facendo una ricerca inversa delle immagini su Google. Per queste indagini tendenzialmente i tempi sono più brevi”.

Tale metodo di lavoro, per quanto minuzioso e attento, può lasciare spazio, anche se raramente, ad errori. Per questi casi, dice Giovanni Zagni riguardo a Pagella Politica e Facta, “abbiamo creato un sistema di correzioni molto trasparente realizzato tramite dei box, posti in evidenza nella home page dei due siti, chiamati: “Quando i fact-checkers sbagliano: correzioni, rettifiche, aggiornamenti”.  Ciò è stato realizzato anche per rispettare i criteri imposti dal codice dei principi dell’IFCN del quale noi siamo firmatari. Per cronaca nel corso del 2020 sono stati fatti 7 errori”.

Anche il fenomeno pandemico è risultato estremamente rilevante nell’evoluzione del fact-checking, infatti, “durante la pandemia tutta la disinformazione che era dispersa in tanti rivoli tematici, di pari passo con l’aumento del contagio, si è focalizzata totalmente sul tema del virus. I fact-checkers si sono occupati di centinaia e centinaia di informazioni false a tema pandemia. La diffusione di fake news in questo periodo storico è stata talmente impattante che ha permesso il lancio di nuovi progetti, ad esempio Facta, che si rivolgessero unicamente all’ambito della disinformazione non politica. Il fact-checking durante questo periodo ha avuto una grande occasione per raggiungere tante persone e le ha raggiunte. Facta, per esempio, ha raggiunto in sei mesi quello che Pagella Politica ha raggiunto in otto anni in termini di visite. Il fact-checking è aumentato in tutte le metriche ma nonostante questo riamane una forma di informazione abbastanza di nicchia”.

Si può dunque evincere che nell’era della Rete le notizie sono sempre più intrattenimento e sempre meno informazione: le fake news sono figlie di un cambio di stile di vita che colloca al centro la frenesia marginalizzando il tempo dedicato all’approfondimento e riducendo in maniera sempre più rilevante la nostra soglia di attenzione. In questo contesto di piena crisi dell’informazione specializzata Giovanni Zagni afferma che: “rendere Il fact-checking un fenomeno più strutturale è compito di noi fact-checkers, in primis cercando di raggiungere un pubblico il quanto più ampio possibile e rendendo i nostri contenuti facilmente condivisibili, non credo che in questo possiamo essere considerati diversamente da qualunque altro media “. La grande sfida dovrà certamente colpire le radici culturali di questa nuova società digitale nella speranza che queste non siano diventate già troppo robuste.

In conclusione, bisogna riconoscere che l’enorme disponibilità di risorse online, sebbene possa essere affetta dal fenomeno delle fake news, costituisca comunque un patrimonio unico per la conoscenza e l’apertura mentale degli individui. La Rete permette una costante produzione e rinnovazione di idee, opinioni e informazioni, a cui corrisponde un altrettanto costante confronto che può indurre le persone a trovare equilibri, punti d’incontro, mutare convincimenti, fino ad elidere lo stesso odio che la mala informazione contribuisce a generare sul web. Il web si caratterizza così di una doppia natura, malevola e benevola, che sviluppa agenti patogeni e al contempo anticorpi in grado di contrastarli, quali il già citato fact-checking e la più spontanea counter-narrative (o, in italiano, contro-parola). Quest’ultima è figlia della possibilità per l’utente di assumere la condizione di soggetto attivo nel contrastare contenuti estremisti tramite: l’elaborazione di risposte immediate; la denuncia di discorsi di incitamento all’odio; la segnalazione di utenti che adottano atteggiamenti scorretti; la manifestazione del dissenso attraverso messaggi privati; la creazione di pagine di controinformazione. Le espressioni di counter-narrative hanno bisogno di penetrare direttamente nelle menti delle persone e nei loro specifici contesti di vita, in modo da relazionarsi alle loro emozioni e ai loro bisogni. Spesse volte, ciò si può ottenere attraverso la satira o l’umorismo, ed è proprio in questa direzione che vanno tutti quei post o pagine (web o di social networks) che mirano a dileggiare pubblicamente quei soggetti che esprimono contenuti carichi di odio. Questo genere di azioni funge da esempio e mira a costruire una diversa mentalità collettiva che, consapevole dell’illiceità delle condotte contrastate, sappia sostenere il cambiamento che si vuole portare nella società. [x]

Per tanto, la possibilità di avere una rete “pulita” e “sana” è una suggestione concretizzabile se l’atteggiamento di un sempre maggior numero di utenti, affiancato all’abile lavoro di professionisti dell’informazione e dell’informatica, fosse propositivo-attivo nella generazione di contenuti genuini in grado di marginalizzare il fenomeno delle fake news e della diffusione di idee polarizzate ad esso connesso, promuovendo così un confronto paritario tra utenti rivolto alla creazione di processi virtuosi sul web.

3 Dicembre2020 
di Giacomo Tarsitano

Note: 

i Vocabolario Treccani

ii https://www.agi.it/fact-checking/storia_fact_checking-1641016/news/2017-04-01/

iii Il più famoso progetto di fact-checking politico americano. Deve la sua fama al fatto di aver vinto nel 2009 il premio Pulitzer per come ha coperto le elezioni americane del 2008.

iv Audit «revisione, controllo» che è dal lat. auditus -us «audizione, ascolto», usato in ital. Al masch. – L'attività di revisione dei conti e certificazione dei bilanci delle imprese ad opera di professionisti indipendenti (auditors), spesso organizzati in apposite società specializzate (società di auditing). Vocabolario Treccani.

v Estratti dall’intervista originale al Direttore di Pagella Politica Giovanni Zagni, realizzata da Giacomo Tarsitano per l’elaborato.

vi Ad esempio Facebook è utilizzato a scopi informativi dal 30,1% della popolazione italiana contro il 45% della popolazione statuintense. Fonte: rapporto sul consumo di informazione realizzato da AGCOM.

vii https://www.youtube.com/watch?v=Im6X5F8nQAI TED Talks tenuto da Linda Beck, studiosa di business comunication.

viii https://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/05/04/fake-news-le-bugie-le-gambe-lunghe/?refresh_ce=1 dati sulla portata del fenomeno delle fake news nel nostro paese.

ix https://www.open.online/2019/10/29/facebook-la-lettera-dei-dipendenti-a-zuckerberg-sulle-fake-news-concesse-ai-politici-proteggiamo-gli-utenti-serve-trasparenza/

x Dottorato di ricerca in diritto e nuove tecnologie: “Hate speech e comportamenti d’odio in rete: un’analisi comparatistica in prospettiva de iure condendo” di Francesco Di Tano, 2017, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna.

I nostri account social:

  • Facebook - Bianco Circle
  • YouTube - Bianco Circle
  • Instagram - Bianco Circle

Licenza SIAE 202100000245

Licenza SCF n. 61/5/21 e addendum n. 64/5/21

DISCLAIMER: Le opere comunicate attraverso la web radio non sono liberamente disponibili per nessun altro sito web.

È vietata l'ulteriore diffusione di tutto o parte del suo palinsensto da parte di siti terzi privi di licenza SIAE, mediante Link, Frame, Embedding o in qualsiasi altro modo, quale ad esempio un player incorporato a mezzo di una qualsiasi forma di embedding, pop up, finestra automatica o simili.