Dove sfioriscono i ciliegi

racconto

La casa è vuota, Greta pure. Ogni cosa è così polverosa, così nera, così pesante. Si guarda intorno, le bambole di pezza sono appoggiate una sopra l’altra a pancia in giù, formano una pila disordinata e grigia, non hanno più la stessa vita che avevano una volta, quando Greta le posizionava sul suo tavolino, le accompagnava a prendere il tè, le vestiva per il ballo e pettinava ogni loro ricciolo, biondo o moro che fosse.

. Ci sono anche delle fotografie, c’è Greta e c’è anche Aisha, anche quelle fotografie sono polverose, lei era così piccola, entrambe lo erano, la polvere le invecchia, però i loro lineamenti erano così dolci e sottili, così tanto che Greta se non avesse coscienza di aver scattato quella foto nemmeno si riconoscerebbe. Nella foto sorrideva, ed era così bella.

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Costellazione del Capricorno

Greta ha 14 anni e un volto così duro: si direbbe più vecchia, i suoi lineamenti non sembrano quelli di un’adolescente, la fronte è perennemente corrucciata, e gli occhi sono sempre tristi. L’unica cosa che rimane della sua infanzia sono le sue guance rosse, anche i capelli sono più scuri, i boccoli biondi hanno lasciato il posto a un castano mosso, ogni cosa in lei è cambiata. È anche troppo magra, perché una volta non mangiava così poco, aveva sempre un grand’ appetito, poi ha perso anche quello, ora Greta mangia come i vecchi dell’ospedale o, come le dice la zia, come un uccellino. Non lo fa apposta, Greta non ha fame, ha un perenne mal di stomaco, non ha nessuna ulcera, nessuna malattia, Greta semplicemente sta così, Greta semplicemente sta. Non sa nemmeno lei come ha fatto a diventare quella che è, sa solo che è sempre arrabbiata, spesso le viene da piangere e da urlare e spesso lo fa. Si arrabbia sempre con sua madre perché pensa che lei non soffra - o meglio che non soffra come lei - e non lo capisce…Aisha non c’è più e lei non riesce a capacitarsi di come il mondo riesca ad andare avanti comunque. Le persone si alzano al mattino, vanno al lavoro, pranzano, c’è chi continua con lo sport, chi viaggia, il sole si alza, per poi tramontare, e così via. Invece Greta è vuota, un po’ come quella casa. Greta ha perso ogni cosa, è sola. Greta è senza voglia, senza voglia di alzarsi, senza voglia di studiare, senza voglia di mangiare, di vedere le amiche, di stare con i genitori, senza voglia di viaggiare e senza voglia di diventare grande, circondata da tutto ciò che sente solo come superficiale, da libri inutili, da genitori che la portano in vacanza ma non piangono mai, da amiche che non la capiscono, e da ragazzi che la osservano solo perché sta crescendo, e il suo fisico sembra più carino di quello di una bambina, bella fuori e vuota dentro. Lei e i genitori si sono trasferiti da quando Aisha se n’è andata, l’appartamento era troppo piccolo per quattro, ed ora che sono in tre non capisce a cosa serva una casa a due piani. Quello che stava nella sua casa era tutto ciò che le rimaneva di Aisha, e lei non avrebbe voluto lasciarlo: il letto a castello dove dormivano insieme c’è ancora, e c’è anche il cuscino di Aisha, che lei stringeva forte le prime notti in cui lei non c’era più e su cui riversava sopra lacrime salate e dure, forse sono quelle che le hanno scavato il volto. I vestiti sotto il letto non ci sono più, Greta aveva accuratamente sistemato ogni piccolo vestito di Aisha, in grandi scatole nere, che apriva solo nel momento del bisogno, per sentire il suo profumo, e poi le richiudeva accuratamente per paura di disperderlo.

Ora la casa è da affittare, e pian piano si sta svuotando, rimangono solo i suoi ricordi, lì aveva fatto i primi passi, lì aveva parlato la prima volta, lì era arrivata da lontano, per starci poi 14 anni. Lì lei e Aisha giocavano alle tigri, a mamma e figlia, al cagnolino, a brutta monella, poi basta. Greta è rimasta sola, non c’è più nessuno che gioca con lei, non che a 14 anni abbia ancora voglia di giocare in realtà, ma lo farebbe comunque per Aisha, o forse ne avrebbe ancora solo bisogno. Sente di essere cresciuta troppo in fretta, un po’ forzatamente, e la solitudine in cui si trova è un po’ come uno di quei rampicanti, che inizialmente sono volutamente indirizzati con bastoni, quelli che vengono curati, tagliati e che sembrano abbellire le case, ma poi quando le case vengono abbandonate, le ricoprono, entrano dalle finestre e creano crepe nei muri. Ecco dicono che dalle crepe entri luce, ma nelle crepe di Greta, ci sono solo foglie selvatiche e ci vorrebbe troppo tempo, troppo impegno ed energie che lei non ha per estirparle.

Greta non capisce bene se il rimanere sola debba essere una costante implicita della sua vita, effettivamente lei è nata sola, tutti nascono con una mamma, ma Greta no, lei la mamma l’ha trovata dopo. È stata per un po’ in una casa famiglia , poi qualcuno l’ha trovata e da allora per lo meno è stata amata, lei non ricorda assolutamente nulla , però ha in sé questa consapevolezza, quando è nata era in preda alla solitudine, senza famiglia e senza amore. Ora che Aisha , la bambina che aveva in affido , o come lei la definiva, sua sorella, è scomparsa, Greta è al punto di partenza, senza una parte della sua famiglia e senza amore, perché non solo non ha più quello di Aisha, ma ha anche deciso che non lo darà mai più a nessuno: se la solitudine è una costante della sua vita tanto vale spenderci sentimenti nelle cose che fa, e così Greta ha ridotto il catalogo delle emozioni a una : la rabbia.

Comunque, Greta è tornata in quella casa solo per cercare vecchi giochi da dare alla sua vicina di casa, sono per la figlia, ha 6 anni, e d’altra parte lei dei suoi mini-pony non sa assolutamente più cosa farsene. Apre l’armadio colorato di verde, rosa e blu, ora il suo nuovo armadio è bianco, e la sua parete è grigia, perché per i colori non c’è più posto. I giochi sono nel ripiano più alto, Greta non ci è mai arrivata quindi prende una sedia , li sfila dalla loro scatola dipinta a mano, scende , richiude l’armadio, la stanza e poi il portone di casa, si appoggia alla porta e scivola lentamente per terra , con lei scivolano le lacrime su tutto il suo volto , ma non c’è più posto nemmeno per loro , c’è posto solo per se stessa, le asciuga velocemente , prende l’ascensore e torna a respirare fra la gente , ma Greta non vede nessuno , nel viale alberato sembra esserci posto solo per il suo vuoto.

Una voce improvvisamente la riporta alla realtà, “Gretaa” “Gretaaaa”, è Guglielmo, Greta si fa chiamare più volte, non che non abbia sentito Guglielmo chiamarla, ma non sa se sia il caso di voltarsi o semplicemente fingere di non essere stata chiamata. Ogni volta che vede Guglielmo ogni emozione che ha deciso di voler smettere di sentire la punzecchia nel cuore e non riesce più a rimanere sola nella sua apatia, inoltre ha appena pianto e sicuramente Gu è proprio una di quelle persone che se ne accorgerebbe, effettivamente Gu l’ha vista spesso piangere. Gu è proprio il suo punto debole, lo conosce dalla prima elementare e potrebbe dire di averlo visto crescere, di averlo cresciuto e di essere cresciuta insieme a lui. Era il bambino con il viso più dolce della classe, occhi enormi e marroni, capelli ricci e neri. Ora Gu è grande, è alto molto più di lei, ha le spalle enormi, il viso meno dolce, un’aria perennemente sarcastica e un sorriso così bello da risultare quasi irritante.

 Gu c’è un po’ sempre stato, c’era quando Aisha era partita un anno per l’Africa e Greta era solo in terza elementare e sapeva solo piangere continuamente. Quand’era più piccola era molto più in grado di esprimere la sua sensibilità. C’era quando aveva cercato sua mamma naturale senza avere successo e ancora riusciva solo a sgorgare lacrime, ed anche se era un po’ più grandicella era comunque in grado di gestire meglio la sua sensibilità. C’era ora, ora che Greta tratteneva le lacrime in classe, ora che non mangiava, ora che si sentiva sola in mezzo alle attenzioni di tutti. Non che Gu facesse qualcosa di particolare, semplicemente c’era, l’accarezzava quando non voleva essere accarezzata, le teneva la mano in classe e ogni tanto si voltava per chiederle se fosse tutto a posto. Gu era la costante dei suoi pianti, Gu era la costante della sua solitudine, Gu era l’unica presenza che sentisse, l’unica persona che le impedisse di essere quello che voleva essere: sola e senza sentimenti.

Gu era il suo uragano e a lei non servivano uragani, anche perché lui arrivava e travolgeva sempre tutto, e solo nel momento in cui lei smetteva di sentirsi sola con lui, lui come se nulla fosse accaduto, se ne andava. Gu era semplicemente tutto ciò di cui non aveva bisogno.

C’era stato un momento della vita di Greta in cui Gu era stato veramente tutto, in cui sentirlo vicino non era uno stare perennemente in burrasca, ma una piacevole brezza estiva. Un po’ come l’estate prima in cui si erano dati il loro primo bacio. Poi erano iniziate le superiori e si erano persi, lui con gli amici e le nuove compagne di classe lei tra i ragazzi più grandi e tutta l’infantilità che vedeva in lui e da cui voleva tremendamente allontanarsi. Quando l’aveva perso, sentiva in realtà di essersi un po’ ritrovata, tutto quel dolore, la faceva sentire completamente viva, ed ora che stava smettendo di vivere lui a modo suo era rimasto silenziosamente al suo fianco, vivendo tra le sue occhiaie il lunedì mattina e le sue sbronze il sabato sera. Qualcosa però si era rotto, Gu dopo quel bacio c’era stato, ma in modo troppo silenzioso per farsi sentire da Greta che non vedeva altro che sé stessa. Erano cresciuti così tanto e rimasti così piccoli, ed ora lei si era spezzata, rotta come il vetro, ovunque si sporgesse ogni parte di lei diventava tagliente, arrogante ed egoista.

Non voleva più rompersi, e non voleva più tagliare nessuno. Per questo Guglielmo doveva starle lontano, per questo dovevano farlo tutti. Però era tardi, perché lui già l’aveva raggiunta, non si vedevano da mesi, perché c’erano state le vacanze estive, ma ora lui era lì davanti a lei, abbronzato, bellissimo e secondo lei un po’ più alto del solito. La guardava, come si guarda il mare a fine estate, con la consapevolezza di averlo in quel momento, per quei pochi giorni a portata di mano, ma sapendo che dopo quei giorni, una volta arrivato l’inverno, il solo pensiero di stare in costume in spiaggia avrebbe fatto tornare i brividi sulla pelle, anche se per qualche mese ci sarebbe stato solo il gelo, fino all’estate dopo, dove chissà se avrebbe ritrovato i soliti amici al solito bar.

Greta non parlava, lui neanche, iniziarono solo a camminare insieme silenziosamente, sapeva già dove sarebbero arrivati: dove sfioriscono i ciliegi. In fondo era quello il loro posto, il posto dei loro baci, delle loro chiacchierate, dei loro segreti, e dei loro desideri, dove fino all’estate prima si incontravano ogni sera e su quella panchina rossa Greta riusciva a parlare di sentimenti, d’amore, di malinconia, ma anche di solitudine, come se questa non fosse più il suo mostro. Guglielmo l’ascoltava e le confidava le sue paure più grandi, era l’unico momento in cui Greta sentiva di condividere con qualcuno quell’abbandono che viveva ogni giorno. Poi basta, i ciliegi erano sfioriti, e con i ciliegi erano sfioriti anche loro.

Una volta arrivati si sedettero. Guardare le stelle, per vedere se ancora il cielo poteva concedere qualche desiderio: era l’unica richiesta di Guglielmo. Non aveva bisogno che Greta parlasse, che gli spiegasse dove fosse stata o che parlassero di quello che tra loro fosse successo, e d’altra parte esprimere quello che provava non era nelle intenzioni di Greta, così si sdraiarono. Non avevano bisogno d’altro. Guglielmo si voltò verso di lei, le prese prima la mano, poi il viso e tentò di baciarla.

- “Non ti capirò mai” - disse Greta

- “Pensi troppo” - rispose lui

Ed era vero… pensava troppo, a chi l’aveva lasciata, a quello che non aveva, ai suoi gesti mancati, ai suoi sentimenti che tanto sopprimeva e a loro.

Comunque le stelle in cielo brillavano e anche se era Agosto inoltrato il buio di quella collina aveva regalato loro qualche piccola stella cadente, quasi a dire ‘desideratevi, desideratelo, semplicemente desiderate’, ma loro già si desideravano, come si desidera tutto ciò che non si ha.

‘È tutto sbagliato’ sibilò Greta, ma Guglielmo non rispose, guardava le stelle e poi Greta, e poi di nuovo le stelle, in un attimo una scia di luce attraversò il cielo. ‘Cosa desideri?’ chiese lui ‘ Non si dice, o non si avvera, ma tanto il mio è sempre lo stesso’ ed era vero, i desideri di Greta erano sempre gli stessi, scoprire chi fosse, e ritrovare Aisha, quella parte di lei che la faceva sentire tremendamente vuota. “Non ce n’è bisogno, già li so” rispose lui, e non era forse questo? Non era forse avere qualcuno che conoscesse a prescindere i suoi desideri il suo non essere più sola? O meglio, non era avere dei desideri per cui sentirsi viva il modo migliore per vincere il suo mostro?

Greta si voltò, guardò Guglielmo negli occhi e gli diede un lungo bacio, forse non sarebbe cambiato nulla, ma di una cosa era certa, Greta sotto quel cielo scintillante, finalmente, era con qualcuno.

12 aprile
di Lucia Vignali