dieci passi lenti e tre respiri profondi

Malgrado ogni cosa sia destinata a finire, l’essere umano insiste e persiste con ostinata mente e ostinato cuore – non avrei altro modo per spiegare le ragioni per le quali lo fa altrimenti – a ingegnarsi, consapevolmente, sempre in un nuovo inizio. La modalità è sempre quella. Possono variare i tempi di vuoto – o pienezza – che intercorrono tra i due estremi dell’oscillazione del pendolo o l’impatto che ne viene, ma siamo sempre lì: inevitabilmente si sente la necessità di lanciarsi nel vuoto. È un lancio nel vuoto che si fa di testa, prendendo la rincorsa con minimo dieci passi lenti e misurati, tre respiri profondi e via. Nel buio. Nel vuoto.

testo angela immagine.jpg

È una consapevolezza che ti abbandona dopo i primi secondi di caduta libera, perché sai già che la curiosità che ti ha spinto a farlo ti ha solo tradito. Sapevi già cosa ti avrebbe aspettato. Certo, è banale descrivere una nuova esperienza come un lancio nel vuoto, ma è la descrizione più icastica che possa esistere per farlo. Forse si può aggiungere ancora qualcosa che non sia banale, come ad esempio l’impatto, la risalita e la nuova perdita del senno. Quando oramai – abbandonato dalla consapevolezza – la vertigine inizia a farsi spazio e a scuoterti, il volo inizia progressivamente a piacerti. Vorresti continuare nella folle caduta, vorresti essere caduto dal precipizio più alto che la tua coscienza abbia mai potuto creare. Non riesci a pensare a nient’altro che alla dolcezza della tua autodistruzione e, quasi a sfidare i tuoi stessi limiti, ebbro di quella follia che ti anima e che tiene in balia del suo strapazzato moto l’ultimo briciolo di lucidità, non vedi l’ora di poter assaporare l’amara disfatta, certo che non possa mai annullare tutta quella serenità che ti scorre dentro. Lo desideri così tanto, in un momento di puro titanismo, da dimenticare ogni caduta precedente. Alcune volte ne porti ancora i lividi addosso e per non so quale misterioso e arcano motivo, alle volte, sono proprio loro che innescano la scintilla. Ma ritorniamo al folle volo. La vertigine ti inebria fino ad anestetizzarti. L’impatto è come il suono di un albero che crolla in una foresta. Nessuno può sentirlo e nessuno può dire che sia mai avvenuto. Perché nemmeno tu c’eri al tuo impatto. Non ci si è mai o si è sempre impegnati in altro. Che sia per scelta o per naturale meccanismo di sopravvivenza, non saprei dirlo. Ancora qualche caduta e forse lo capirò. Insomma, la vertigine smette di tirati per i capelli e di solleticarti i fianchi e tu ti ritrovi nel posto più freddo dell’universo a domandarti se fossi stato troppo spavaldo a chiedere un destino così amaro. Dopotutto te lo sei cercato, ma per approdare a questo nuovo stato di coscienza bisogna parlare della risalita. Alcune volte non hai tempo di aspettare che le gambe ti si rimettano su belle dritte e salde, addirittura alcune volte non hai il tempo di vedere cosa ti sei fatto. Ti metti in piedi e ti dirigi verso l’appiglio che credi essere il più sicuro. Il più delle volte inciampi e rischi di finire al suolo di nuovo prima di trovare un sostegno. Purtroppo non c’è molta luce e anche se pensavi di esserti abituato a brancolarci, in quel buio non riesci a muoverti sapientemente. Forse alcune volte aiuta l’intervento di qualche persona amica che ti illumina il passaggio e ti offre una spalla su cui appoggiarti. Il punto è che quel buio può confortare fino a un certo punto: fino a quando le gambe continuano a tremare per la paura dell’altezza. La paura – quella pura e sana – è un’emozione onorabile, forse è l’unica che ci tiene ancora in vita e forse anche ciò che lega l’inizio con la fine. Perché la paura dell’altitudine si trasforma in paura del buio e tu non vuoi far altro che salire e fuggire quell’agonia e quell’angoscia. Tanto più è stata devastante la caduta, tanto più velocemente ti rialzerai e combatterai per risalire contro ogni impulso che spinge a preservarti. L’aria rarefatta delle altezze fa sì che quel briciolo di lucidità inizi a lievitare facendo rirendere possesso di tutte le facoltà mentali. Riprendi coscienza del tempo, dei danni, delle mancanze e delle pienezze, dei nuovi colori che i tuoi occhi riescono a vedere, dei suoni che le tue orecchie avevano sempre ignorato fino a quel momento; ti stupisci dei tuoi pensieri, della calma con cui riesci a muovere un passo dopo l’altro, del fatto che le tue mani non avevano mai percepito così intensamente il calore del sole. Nel momento stesso in cui capisci che la disfatta ti ha permesso di vivere più intensamente, agisce quel meccanismo di cui ti parlavo: decidi che non ti basta, che ne vuoi ancora, sempre di più e sempre più forte, e lo desideri così tanto da perdere di nuovo lucidità. E il ciclo ricomincia, ancora e ancora e ancora. Ogni volta che decidi di fare qualcosa nella tua vita, qualunque essa sia e in qualunque ambito, in realtà, tu non scegli: tu perdi il senno. Ed è sempre bello, come la prima volta. La vertigine ripaga sempre, per questo vale sempre la pena arrendersi al suo richiamo. Forse sarebbe anche il caso di non farsi domande. Soprattutto adesso che sto prendendo la rincorsa di dieci passi lenti e misurati e tre respiri profondi.

28 Settembre 2021 
di Angela Picarelli