Cooperativa sociale DoMani, la seconda vita di chi
fugge dalla guerra

Intervista con Angelo Dattilo, uno dei soci fondatori della cooperativa bolognese
che dal 2018 accoglie e dona speranza a chi scappa dai conflitti

Mai come in questo momento abbiamo bisogno di sentirci uniti, anche nell'accogliere e sostenere chi si è improvvisamente trovato in uno scenario di guerra. Sono migliaia i profughi che stanno scappando dall'Ucraina verso l'Occidente; portando con sé un unico bagaglio composto, da un lato, di dolore per il distacco dalla propria terra e soprattutto dell'aver perso tutto; dall'altro, di speranza verso la vita e il ritorno in patria, quando sarà possibile. Anche l'Italia si sta mobilitando per la loro accoglienza presso strutture pubbliche e non, all'uopo adibite. Una di queste è la Cooperativa DoMani, che opera nel territorio bolognese.

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Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Angelo Dattilo, uno dei suoi soci fondatori, per comprendere le difficoltà e soprattutto le esigenze pratiche di questa realtà ospitante.

 

Com'è nata l'idea di costituire la cooperativa e qual è la sua mission?

 

«DoMani viene fondata da Giacomo Rondelli, Paolo Patruno, Sebastiano Longhi , Franco Rocca e da me nel 2017, quale braccio operativo dell'associazione legata alla congregazione salesiana Amici del Sidamo – ove sono cresciuto – e che da 30 anni lavora nelle missioni in Etiopia. Tutti noi abbiamo avuto modo di conoscere questa realtà: Giacomo, Paolo, Franco e Sebastiano vi sono stati per anni in missione con le rispettive famiglie. Quanto a me, ho toccato con piede la povertà in Etiopia per un mese. Al rientro in Italia di Giacomo e Paolo ci siamo riuniti, anche con le nostre famiglie: ci siamo chiesti seriamente se e come avremmo potuto spendere la nostra vita per gli altri anche da qui. L'emergenza dei migranti ha scosso ancora una volta le nostre sensibilità: Giacomo e io ci siamo licenziati dalle nostre rispettive occupazioni (lui coordinatore del centro di accoglienza sul territorio presso Villa Aldini, io ingegnere). L'anno successivo, la Diocesi di Bologna ci ha sostenuto economicamente mentre l'Ordine dei Servi di Maria – che non smetteremo mai di ringraziare – ci ha concesso, in comodato gratuito, i locali presso l'eremo di Ronzano (BO). Abbiamo così istituito Casa Abba (“Casa del Papà”, ndr) destinato ad accogliere 23 minori stranieri non accompagnati. Di tutti i nostri progetti, è il più complesso da gestire. A dire il vero, però, i primi accolti siamo stati proprio noi, che abbiamo riversato sui ragazzi la disponibilità della Diocesi e dell'Ordine dei Servi di Maria».

 

La mission della cooperativa si è trasformata al verificarsi di nuove esigenze di accoglienza?

 

«Assolutamente sì. Quello che non è mai cambiato è il fatto di mettere al centro della nostra mission i ragazzi. Pur mantenendo lo stile di Don Bosco, il nostro know-how si è accresciuto. Abbiamo aperto un centro di accoglienza strarodinaria per adulti, sempre nei locali dell'Eremo di Ronzano, che è diventato un co-housing in cui convivono tre realtà: Casa Abba di cui ho già parlato; Casa Ennat (“Casa della Madre”, ndr), destinata ai richiedenti asilo adulti e Casa Nigat (“Casa dell'Alba”, ndr), riservata ai nuclei familiari stranieri con bambini a carico, cui viene offerto il sostegno alla genitorialità necessario per l'acquisizione dell'indipendenza».

 

In che cosa consiste, nel concreto, il vostro aiuto a queste persone?

 

«Ospitalità ma soprattutto ascolto. Prestiamo la massima attenzione alle storie raccontate dai nostri ragazzi. Crediamo sia fondamentale per loro mantenere viva la memoria della loro esistenza prima dell'arrivo in Italia. Non dimenticheremo mai la storia di un ragazzo, proveniente dalla Libia, che a 13 anni è stato torturato con la corrente elettrica. E, prima ancora dell'ospitalità, forniamo la possibilità a queste persone di lasciare legalmente i loro territori ove infuria la guerra. Lo facciamo attraverso i corridoi umanitari dall'Etiopia per profughi eritrei, somali o Sud sudanesi, organizzati dalla comunità di sant'Egidio. Con questo scopo è stato creato il progetto Casa Bereket: creare un legame forte con chi verrà ospitato. Avendo vissuto molti anni in questo paese, Giacomo conosce perfettamente la lingua amarica: questo ci ha permesso di andare a prendere i ragazzi, rispettando il protocollo per farli giungere in Italia in sicurezza. Nella comunità sorta a Castel De' Britti (BO), nella struttura offerta in comodato dalla congregazione salesiana – grazie al sostegno, anche economico, della diocesi di Bologna – nel 2021 abbiamo accolto fino a 20 ragazzi eritrei che, in base alle leggi marziali locali e allo stato di guerra civile, risultano disertori. Dal 2018 al 2021 abbiamo sfruttato annualmente i corridoi umanitari.

A marzo di quest'anno, a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina, la Prefettura di Bologna ci ha chiesto di accogliere famiglie ucraine nello spazio rimasto libero a Castel De' Britti (BO), in uno dei tre piani a nostra disposizione. Abbiamo innanzitutto sentito il parere dei ragazzi già ospiti nella struttura. Avendo avuto la stessa loro sorte – seppure in diversi paesi di origine – sono stati fin da subito disponibili a ospitare queste persone. Di più: tra loro si è creata una solidarietà straordinaria. A noi non interessa la provenienza territoriale di chi ospitiamo. Tutto ciò che vogliamo fare è accoglierli, poiché se fuggono dal loro paese avranno le loro ragioni. Rispettare la loro scelta senza giudicare. Accoglierli ascoltandoli».

 

Gli spazi che l'Ordine dei Servi di Maria, la Congregazione dei Salesiani e le Suore Francescane dell'Immacolata di Palagano hanno messo a disposizione della cooperativa sono dedicati a svariate attività: accoglienza dei rifugiati politici, integrazione sociale, affittacamere sociale, inserimento lavorativo, agricoltura sociale, laboratori ed eventi sociali. Ce ne vuoi parlare?

 

«Premetto che ciascun progetto gestito dalla cooperativa per noi è fondamentale. Tra questi, cito senz'altro la formazione professionale, rivolta ai minori non accompagnati nell'ambito del Progetto Casa Abba. Una volta compiuti 18 anni e 6 mesi e a seconda della provenienza, i ragazzi devono uscire dal canale. Per loro diventa quindi fondamentale lavorare affinchè dapprima acquisiscano una professionalità tramite un progetto di inserimento lavorativo, per potersi mantenere in Italia; e, in secondo luogo, trovino una sistemazione abitativa. Il fatto di essere maggiorenni non significa automaticamente che siano uomini. Si tratta pur sempre di ragazzini scappati – da soli – dal loro paese ove è rimasta la famiglia di origine, che spesso fa pressione per ricevere da loro un aiuto economico. A questo, poi, si aggiunge la loro fragilità adolescenziale, che di certo non scompare con il compimento della maggior età».

 

Fra le attività che la cooperativa svolge ce ne sono alcune che la autofinanziano?

 

«I progetti che riguardano i minori non accompagnati sono finanziati dal Comune mentre le spese che riguardano i richiedenti asilo e i profughi ucraini sono in carico alla Prefettura di Bologna. L'ultimo ingresso delle famiglie nella nostra struttura è frutto di tavoli di lavori della Prefettura del capoluogo emiliano, che ci ha esplicitamente chiesto di collaborare nella presa in carico di chi sta fuggendo dalla guerra. In più, la Diocesi di Bologna ci sostiene economicamente nelle nostre fatiche quotidiane. Detto questo, sicuramente il progetto “affittacamere sociale” contribuisce in una sorta di autofinanziamento anche se è nato essenzialmente con lo scopo di inserire i rifugiati nel mondo del lavoro. La gestione delle camere in affitto è infatti a loro carico: essi devono avere la possibilità di confrontarsi con le leggi e il modus operandi italiani. Talvolta, infatti, la loro mentalità è molto differente dalla nostra e per loro non è facile abituarsi».

 

Quanti collaboratori sono necessari per portare avanti efficacemente tutte le attività della cooperativa?

 

«Attualmente vi lavorano una ventina di persone –alcuni con contratto part-time – di cui la maggior parte operativa a Ronzano: in questo luogo occorre gestire i minori non accompagnti e i nuclei familiari fragili,e i richiedenti asilo, che assorbono molte energie. In linea di massima, i collaboratori si spostano da un progetto all'altro in base alle reali necessità del momento. Giacomo e io coordiniamo il Consiglio di Amministrazione della cooperativa, composta dagli stessi membri degli Amici del Sidamo, nucleo grazie al quale è nato il nostro spirito di collaborazione e che non potremo mai dimenticare».

 

Da ultimo, nella struttura salesiana di Castel De' Britti (BO) state accogliendo anche chi fugge dalla guerra in Ucraina. Quanti ospiti sono arrivati, e di questi, quanti minori sono presenti?

 

«Il 9 marzo scorso sono entrati otto nuclei familiari provenienti dall'Ucraina, ciascuno composto da madri con due figli. E poi c'è una nonna. Si tratta complessivamente di 21 persone. Le mamme si stanno ambientando: qualcuna di loro ha parenti in zona e quando può li va a trovare. Una cosa è certa: non riescono a restare inattive. Anche se non possono ancora, vorrebbero lavorare, oltre che per guadagnare, per non avere il tempo di pensare alla guerra. Chi di loro è interessata a restare in Italia più a lungo di altri desidera imparare la nostra lingua. Nell'ambito del progetto Casa Bereket stiamo ragionando sulla possibilità di aprire una scuola di lingua italiana per le mamme ucraine».

 

Come si svolge la loro e la vostra giornata tipo e quali sono le principali difficoltà che incontrate?

 

«La difficoltà maggiore che gli ospiti ucraini stanno incontrando è indubbiamente il trauma e la sofferenza vissuti perdendo, da un giorno all'altro, la loro casa e la loro quotidianità. E, ancor di più, l'angoscia di sapere i mariti e i padri al fronte. Desiderano tutti ritornare in patria appena possibile. Per quanto riguarda noi, gli sforzi si sono innanzitutto concentrati nella preparazione del loro arrivo. Grazie all'aiuto di tantissimi volontari siamo stati in grado di assicurare ai nuovi arrivati tutti i beni materiali di cui necessitavano il primo giorno e necessitano anche durante la permanenza. Le difficoltà della convivenza si faranno sentire in seguito: almeno questa è la nostra esperienza finora».

 

Come hanno risposto le istituzioni locali all'arrivo degli Ucraini presso la cooperativa?

 

«Molto proattivamente. I bambini arrivati il 9 marzo sono stati ospitati negli istituti scolastici di San Lazzaro – scuola primaria e secondaria di primo grado – già da lunedì 21 marzo. Il problema della lingua viene superato dalla presenza in loco di interpreti che si prestano amichevolmente a questa fondamentale azione inclusiva. Tutto questo è stato possibile grazie al sindaco di San Lazzaro, Isabella Conti, che ha voluto incontrare i profughi al loro arrivo e alla quale questi hanno dimostrato grande dignità, orgoglio personale e forza interiore».

 

Di cosa necessita in concreto la cooperativa per far fronte quotidianamente a questa nuova emergenza umanitaria?

 

«La prima difficoltà è senza dubbio quella economica. Se, come credo, dovremo gestire a breve i nuovi servizi avremo bisogno di volontari che possono rispondere alla nostra richiesta tramite il sito della cooperativa. Non necessitiamo più di vestiti in quanto ne abbiamo ricevuti in quantità sufficiente. Piuttosto dobbiamo pagare le utenze della gestione del locale di Castel De' Britti: ci serverebbero quindi contributi economici se vuoi donare clicca qui. E, in ultimo, rivolgiamo una richiesta un po' particolare: abbiamo bisogno di qualche dentista che visiti gratuitamente gli ospiti. Per quella che è la nostra reiterata esperienza, a distanza di poco tempo dall'inizio dell'accoglienza i rifugiati iniziano ad accusare un dolore ai denti che non può essere ignorato».

 

Pensi che sia possibile un inserimento lavorativo dei profughi ucraini sul territorio, seppur temporaneo in attesa del loro rientro in patria?

 

«Certo, come dicevo prima sono loro per primi a voler lavorare. La maggior parte di essi ha una buona istruzione, alcuni sono anche laureati. Ecco, non posso garantire ai nostri ospiti che qui ricopriranno il ruolo – talvolta dirigenziale – che avevano nel loro Paese: spero che siano comunque contenti di lavorare, so che non è facile accettare un compromesso peggiorativo. Lato nostro, dovremo necessariamente rispettare i loro tempi e le loro fatiche. Quando si sentiranno pronti potranno rimettersi in gioco professionalmente».

 

Concludiamo con il motto della cooperativa: DoMani, dove la diversità diventa ricchezza. Dalle tue parole trapela inequivocabilmente la vostra vocazione nelle attività che prestate. La ricchezza che la diversità regala viaggia quindi su un doppio binario: quella che donate a chi ospitate ma anche quella che i rifugiati vi trasmettono...

 

«È esattamente questo il senso che il volontariato ha per noi. In Italia spesso vige un pregiudizio negativo verso i migranti. Nella realtà dei fatti posso affermare con certezza che è la convivenza con loro che arricchisce noi, anche sotto il profilo culturale. Quando accogliemmo i primi musulmani, rimasi colpito nel vedere con quanta serietà dei ragazzi sedicenni vivessero il mese di digiuno durante il Ramadan. La ricchezza sta nel valore fondamentale che loro mi hanno trasmesso: se una cosa è importante la si fa e basta. E poi l'universo di profumi e di spezie che mi si è aperto quando li ho conosciuti e di cui prima ignoravo l'esistenza. E in ultimo ma non per importanza: l'accoglienza delle persone, da qualunque luogo esse provengano, richiede di fare un passo indietro evitando i pregiudizi. L'uomo, per propria natura, è incline a scontrarsi con il suo simile per diversità di vedute e di idee. Ma nel momento in cui siamo costretti o desideriamo abbandonare il superfluo e teniamo con noi soltanto i veri valori della vita, questo scontro si trasforma in confronto e, a propria volta, il confronto diviene incontro. Quale ricchezza migliore di questa?».

9 aprile 2022
di Emanuela Susmel